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mercoledì 6 settembre 2017

Il silenzio interiore - Madre Maddalena Marconi, monaca Passionista



“Sieda costui solitario e resti in silenzio” (cf. Lam 3, 28)
   
L’amore agisce in silenzio. Quando un’anima si consacra al servizio del Signore, e il Signore comincia a farle gustare l’amore, specialmente se prima è stata un po’ fredda e dissipata, si sente tanto felice e riconoscente alla Bontà divina per averla chiamata a partecipare ad una gioia tanto grande, che vorrebbe diventare tutta lingua per benedirlo e ringraziarlo come conviene. Non si contenta di mostrargli il suo amore con opere sante, dopo aver lasciato quelle cattive ed imperfette, sebbene sia questa la prova più sicura; ma sente anche la necessità di esprimergli la sua sincera gratitudine con gli affetti del cuore e con le parole, e ad ogni momento sembra che stia dicendo con il real profeta Davide: “Tutte le mie ossa dicano: Chi è come te, Signore?” (cf. Sal 34, 10). Nessuno è dolce e soave come sei Tu; nessuno è come Te buono, misericordioso e potente; solo in Te è la felicità, la pace, il riposo e ogni sorta di beni… E così, o in modo simile, le anime amanti ripeteranno spesso queste espressioni, mostrandosi sempre pronte a intonare inni di lode al Signore e a partecipare, con le loro opere buone, alle preghiere pubbliche e private, per poter avere, sole o in compagnia, il piacere di lodare il Signore. Tutto questo, che di solito, per l’anima fredda e mediocre, o che non ha ancora gustato l’amore di Dio, è cosa pesante e violenta, per quella invece che ha cominciato a sentire in sé il fuoco del divino amore, è come una necessità che sente quasi senza rendersene conto. Sente la necessità di mostrare al Signore, in tutti i modi e in tutti i tempi, il suo cuore riconoscente e, come è sempre disposta a quanto gli sia gradito, è anche ansiosa di esprimere il suo amore a Dio con le parole. Si vedono, queste anime, parlare a lungo e senza stancarsi, con amici e persone spirituali, di Dio, del suo amore, di quanto è dolce il suo giogo, e come non c’è maggiore felicità che lasciare tutto e dedicarsi continuamente a servire il Signore. Sentono talvolta il cuore così pieno di amore, che hanno bisogno di sfogarsi e corrono ansiose in cerca di altre anime attratte come loro dall’Amante divino, o cercano qualche ministro del Signore che le ascolti e le comprenda. Se hanno la fortuna di trovarlo, gli aprono gioiose il loro cuore traboccante di felicità e si sentono più coraggiose ad andare avanti e unirsi sempre più strettamente a Dio.

Tutto questo è buono e santo, ma è solo il principio della vita spirituale; sono i primi effetti dell’amore di Dio nell’anima.

Ma se poi queste anime progrediscono nel cammino dell’amore, e Dio le stringe più intimamente a sé, all’ansia di lodare e glorificare la grandezza divina con la parole e tutto il loro essere, succede un gran silenzio interiore ed esteriore. Non sanno più che dire; ma nemmeno vogliono o hanno qualcosa da dire. Manca loro la parola, anzi le stanca. Il loro spirito non desidera altro che tacere; e in questo silenzio dell’anima esse trovano tutto. Se questo silenzio viene interrotto senza necessità, si trovano fuori dal loro elemento; soffrono come un affamato a cui manchi da mangiare. Il Dio, che prima esse lodavano e ringraziavano con le loro parole, si è fatto Lui stesso in esse sua propria lode. Può ormai abitare in quelle anime come Dio, puro spirito, ed esse possono ascoltarlo, conoscerlo e trattarlo come tale: le parole sono ormai superflue, perché nessuna di quelle che possono proferire le nostre labbra è capace di esprimere ciò che il cuore sente e la mente pensa.
Vantaggi del silenzio interiore. Che un’anima entri in questo silenzio interiore è un chiaro segno che essa progredisce e possiede già un grado piuttosto elevato di amore.

La sua vita spirituale ha un fondamento già piuttosto solido per continuare. Quasi senza che se ne renda conto, vanno operandosi in essa grandi cambiamenti: si sente più disposta all’esercizio di tutte le virtù, ad un maggiore distacco da persone e cose; vive in un sentimento di umiltà quasi continuo alla vista del suo nulla davanti a Dio, ma tutto nella pace e nel silenzio interiore.

Anche esternamente regna il silenzio intorno a loro. Rare volte si sentono queste anime parlare, ma al tempo stesso con il loro silenzio quante cose dicono alle persone che vivono con loro! A nessuno dispiace o causa tristezza questo silenzio, anzi, al contrario, attira e conforta. Senza sapere perché, si desidera stare insieme a queste persone; e anche se non si sentono parlare, ci sembra che abbiano detto molte cose. Accanto a loro passano, senza che lo avvertiamo, le ore, e a volte si dissipano dubbi, pene, tristezze, lasciandoci nell’anima desideri di Dio e della virtù. E tutto questo in silenzio.

Questo silenzio dell’anima, quanto è ricco! Come va avvicinando a Dio, per trasformare in Lui l’anima che lo possiede! Di queste anime dice santa Teresa: “Sono più sicure per molti aspetti: si accendono più presto al fuoco del divino amore, perché, stando vicino al fuoco stesso, con una piccola scintilla che le tocchi, brucerà tutto; non essendoci ostacolo esteriore, quando l’anima se ne sta a sola col suo Dio, c’è gran disposizione ad accendersi”.

Beate quelle anime che sanno apprezzare come si conviene questo silenzio interiore, e che quando questo entra in esse, sanno chiudere senza timore le porte dei sensi, per godere liberamente di questo tesoro e perché nessuno glielo rubi!

E’ tanto prezioso questo silenzio che anche là in cielo è quello che meglio esprime le meraviglie di quella beata dimora, e forma l’incanto eterno dei Santi, come forma su questa terra il maggior gaudio per le anime che amano. In cielo, si sazierà pienamente il nostro cuore quando udrà il Verbo infinito di Dio nel silenzio eterno della Divinità. Sulla terra, solo in questo silenzio l’anima trova come una compensazione della felicità a cui aspira, e attende con pazienza quell’ora dell’abbraccio eterno con l’Amore.

Se l’anima può parlare, esprimersi in qualche modo, dire che cos’è l’amore, dichiarare i suoi effetti, le sue gioie, non è ancor molto grande l’amore che possiede. Ma quando comincia veramente a sentire la sua divina grandezza, il suo immenso potere, e a gustare le sue ineffabili dolcezze, le mancano le parole, non ha più voglia di parlare; la parola non basta più; la vede così meschina e povera per esprimere ciò che sente, che preferisce tacere. E tutto ciò che l’anima sente, specialmente se sono parole di persone che non sono ancora entrate in questo silenzio, la disturba e la fa soffrire, vedendo che non corrisponde a ciò che essa sente in sé, e che tanto sminuisce la maestosa e ineffabile grandezza delle operazioni del divino amore nelle anime. Se qualche volta prova qualche piacere nel parlare, è solo quando parla con un’altra persona che come lei abbia gustato questo stesso prezioso silenzio. Queste anime beate si intrattengono con piacere e conforto in santi ragionamenti; ma che cosa dicono? Di che parlano? Solo esse lo sanno: mezze parole, a volte senza senso né ordine, che per loro sono però come dardi infuocati che più le accendono, mentre, per gli altri che non si trovano in questo stato, sono enigmi, parole fredde, indifferenti, senza alcun senso.

Succede, a volte, che, essendo l’amore per se stesso tanto forte, queste parole operino anche in cuori indisposti senza che essi ne conoscano la causa: la conosce forse l’anima amante, per un movimento interiore della grazia; ricorda allora che è la virtù di Colui che disse in una certa occasione: “Ho sentito che una forza è uscita da me” (cf. Lc 8, 46). Anche l’anima dice: una energia è uscita da me. Ma subito aggiunge: so che non è mia; è di Dio che dimora in me. Le mie parole non possono penetrare nelle anime, né far loro del bene: solo la forza segreta, discreta, dell’amore è quella che opera. Ma quella energia è anche silenzio; esce in silenzio, in silenzio è ricevuta, e uno dei principali effetti che produce nell’anima dove cade è anche il silenzio.

La parola della creatura è parola morta, vuota, se non l’accompagna la virtù interiore della grazia. La virtù interiore, al contrario, può agire anche senza parole, come vediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, il quale, quando disse che era uscita da Lui quella virtù, pare che non pronunciasse alcuna parola. Il silenzio dell’anima è, quindi, la virtù segreta che opera prodigi; è il parlare divino, il modo come Dio, per se stesso, insegna grandi cose ai suoi, a quelli che lo Spirito Santo chiama beati e felici: felici quelli a cui Tu stesso, Signore, insegni le tue leggi di amore con questo prezioso silenzio che le imprime con tanta forza nell’anima! Questo silenzio interiore è anche, per l’anima che lo possiede, sorgente delle più pure e vere gioie. Col silenzio, l’anima ascolta Dio, lo sente ed è sentita da Lui. Che conforto è per un’anima amante sapere con certezza che, senza necessità di parole, Dio la capisce, conosce tutti i suoi desideri, pensieri e affetti! Ella non è angosciata per le cose materiali, non pensa a ciò che deve mangiare e bere; né si preoccupa pensando a ciò che deve chiedere o come lo deve chiedere nella preghiera. Ha trovato il regno di Dio e la sua giustizia; quel regno, del quale Nostro Signore Gesù Cristo ha promesso che, a chi lo possiede, tutto il resto sarà dato in aggiunta (cf. Mt 6, 33). Per questo, in quest’anima risiede la pace, e vi risuonano spesso le parole silenziose dell’amore più dolce del miele. Adesso le dice: “il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno…” (cf. Mt 6, 8.32), “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno, in cui sono tutti i beni che potete desiderare” (cf. Lc 12, 32).
Il silenzio, scuola di amore. Nostro Signore Gesù Cristo chiama “piccolo gregge” (cf. Lc 12, 32) quelli che entrano in questo regno interiore, dove le sue leggi sono verità e giustizia, spirito e vita; dove solo istruisce e parla il Signore, e la sua divina voce è udita direttamente dall’anima, senza che sia alterata dalla parola della creatura. L’anima parla allo stesso modo al suo Dio, con il silenzio interiore, convinta che la voce più eloquente, e quella che meglio esprime i suoi desideri e le sue necessità, è questo silenzio dello spirito, che penetra nelle orecchie di Dio per indurlo a chinarsi fino ad essa e concederle tutte le grazie di cui ha bisogno.

Beati quelli che sanno perseverare in questo silenzio dell’amore, nel quale, con la bocca chiusa e con le orecchie sorde ai rumori della terra, l’anima comincia a gustare quanto è dolce il Signore, e ad ascoltare il suo divino linguaggio. Qui non sente più le ansie di una volta di parlare di Dio, di ascoltare gli altri parlarne, di farsi tutta lingue per magnificare la sua bontà. Quando il cuore arde di amore, la bocca tace o preferisce tacere, e tacciono anche le potenze dell’anima, restando in una calma serena e tranquilla, e riconoscendo che la voce più eloquente dell’amore è il silenzio.

Diceva san Paolo della Croce: “L’amante parla poco, una parola d’amore basta a tenere un’anima in gran raccoglimento per del tempo. La lingua dell’amore è il cuore che brucia e s’incenerisce in olocausto al Sommo Bene”.[2]

Dolce cosa è, per l’anima che si sente sotto il soave peso delle grazie divine, che sente la bontà di Dio, che conosce la sua misericordia, la sua grandezza, degna di essere infinitamente lodata ed esaltata, e che vede d’altra parte la sua impotenza, sentendosi incapace di poterlo fare degnamente… dolce cosa è, e consolante, sapere che tutto questo può dire e fare con questo silenzio interiore, che esprime allora il ringraziamento più perfetto, la lode più completa, il più sincero ed umile riconoscimento del proprio nulla. E’ l’autentica espressione del vero amore.

Senza questo silenzio, sfogo e riposo dell’amore, quante anime avrebbero ceduto, non potendo resistere alle forti esigenze dell’amore stesso! Come avrebbero potuto, Maria Ss.ma e san Giuseppe, sostenere gli ardori, che così da vicino il Verbo Incarnato comunicava loro nell’umile casetta di Nazareth, se non avessero praticato questo silenzio che tutto dice e tutto intende? Per questo, furono tanto poche le parole di Maria Ss.ma. Dal santo Vangelo non risulta che abbia parlato più che in quattro occasioni, brevemente e con parole piene di misteri, che da se stesse suscitano in noi silenzio e ammirazione.

Che avrebbe potuto fare, senza questo silenzio, l’umilissimo san Giuseppe, se non venir meno ad ogni istante o morire di amore insieme all’Eterno Amore fatto Bambino? Come avrebbe potuto vivere, quando seppe che egli era lo sposo della Madre di Dio, il custode delle divine ricchezze, il padre putativo del Verbo eterno fatto uomo, a cui doveva comandare come a suo figlio, e Lui e la sua Madre Ss.ma obbedirgli e stargli sottomessi? E quando, per la prima volta, lo ricevette fra le braccia, piccolo Bambino, tremante di freddo, se lo strinse al petto, lo udì balbettare le prime parole, lo vide dare i primi passi, lavorare e mangiare al suo fianco? In tutte queste divine fiammate di amore non c’era altro mezzo che il silenzio che potesse procurare qualche sollievo, e sostenerlo perché potesse compiere la sua missione, e non morire sotto la forza di un amore così grande che lo assomigliava più ad un serafino che ad un uomo mortale.

O anima che ami Dio e ti senti portata a questo santo e prezioso silenzio esteriore ed interiore, abbandonati ad esso tranquilla.

Non temere inganni ed illusioni; questo è uno dei sintomi preziosi del divino amore e un segno che non tarderai a salire a gradi superiori, se con umile gratitudine lo saprai apprezzare e capirne l’immenso valore. Se questo ti da riposo, pace, e desiderio non di abbreviare, ma di prolungare il tempo della tua preghiera, anche se non dirai nulla al tuo Dio, né con le labbra né con la mente, non temere, il tuo cuore ama e dice tutto, perché “il cuore è la lingua del santo amore”.

https://madremaddalena.wordpress.com/la-santita-e-amore/libro-secondo-il-silenzio-interiore/

sabato 30 luglio 2016

Dodici gradi di silenzio

Era l'ora del mezzogiorno nella quale sembrava regnare sovrano, nella casa, il silenzio. La porta della cella si suor Amata si era aperta ed ella, ritta sulla soglia, ascoltava quel divino silenzio che amava tanto gustare così, credendosi forse inosservata. Ma ecco che suor Luigi Gonzaga un tipo di suora dall'indole aperta e gioviale, generosa ed indagatrice, passare di là, notare quel volto raccolto e radioso che rivelava una intima gioia misteriosa, e, come se nulla avesse visto, tirare diritto per la sua via. Quando giunse l'ora della ricreazione, che in quel giorno deve aver atteso con una certa impazienza non esitò a fargliene parola.
"Ma che cosa faceva a quel modo, sorella mia"? le disse
"Ascoltavo il silenzio" rispose serena suor Maria Amata
"E che cosa le diceva?"
a risposta furono di dodici gradi del silenzio che suor Maria Amata le scrisse con fraterna sollecitudine e che suor Luigi Gonzaga conservò gelosamente. 
In essi ella si effonde con tutta la sua esperienza di sistacco graduale e costante fino all'eroismo, con la naturalezza e la semplicità proprie e costante fino all'eroismo, con la naturalezza e la semplicità proprie di chi è mosso da un ardentissimo desiderio di raggiungere la più unione con Dio.
 
 
Suor Maria Amata presenta dodici gradi di silenzio come altrettanti gradini di una scala che si possono salire e anche discendere. Al principio fa una breve prefazione in cui esprime lo scopo a cui converge il silenzio nei suoi vari stadi :esso è ordinato alla santità. Il silenzio ha preparato i Santi, li ha fatti nascere e crescere nella santità ed in essa li ha perfezionati e consumati. Tutta la vita interiore può riassumersi in un'unica parola :SILENZIO. Nell' eternità Dio non dice che una sola parola, il Verbo; allo stesso modo tutte le nostre parole non dovrebbero esprimere altra parola, direttamente o indirettamente, quella di Gesù.
 
Al 1° grado pone il silenzio della parola. Parlare poco con le creature e molto con Dio, e conclude con una trovata bellissima che pesca nel Vangelo dal quale sembra non potersi staccare :"La voce di un Angelo ha turbato Maria".
 
Al 2° grado pone il silenzio di azione,nel muoversi, lavorare, camminare, silenzio degli occhi, delle orecchie, della voce. E' il silenzio del raccoglimento in cui l'anima gusta le primizie dell'unione divina.
 
Al 3° grado allorchè ci presenta la facoltà immaginativa, Suor Amata ne parla come di una importuna che bussa alla porta del giardino dello sposo e che porta seco tutto un insieme di impressioni vaghe, di emozioni, di tristezze... Come ridurla al silenzio quando non può essere annientata? Col presentare ad essa le bellezze del cielo, i tratti più attraenti della vita del Signore, quelli dolorosi del Calvario, le divine perfezioni. Allora anch'essa si metterà in silenzio come un'ancella dell' Amore divino.
 
Mediante il silenzio della memoria, posto al 4° grado, l'anima oblia il passato, abbandonandosi al dolce ricordo delle divine misericordie che la sollecitano ad esprimere riconoscente il suo grazie.
 
Nel silenzio delle creature, al 5° posto, mette in rilievo un tratto umiliante che ha fatto gemere i Santi; spesso l'anima si sorprenderà a conversare ineriormente con le creature; allora dovrà dolcemente ritirarsi nel suo interno più profondo dove risiede la divina Maestà, il quale si manifesterà a lei facendole gustare qualcosa della futura beatitudine. Ciò le darà il disgusto per tutto quello che sa di terra e così le creature ceseranno di distrarla.
 
Il silenzio del cuore, posto al 6° grado, è il silenzio degli affetti, delle antipatie, dei desideri ardenti, dello zelo indiscreto, del fervore esagerato. E' il silenzio che pone l'anima davanti a Dio.
Fin qui il silenzio è come un gemito della terra, ma nei gradi seguenti l'anima alquanto purificata, comincia ad intonare le note del cantico sacro che è il canto del Cielo.
 
Come il fiore sboccia nel silenzio e il silenzio spande il suo profumo lodando il Signore, così l'anima giunta al 7° grado, nel quale è il silenzio della natura e dell'amore proprio. L'anima tace alla vista della propria incapacità, si compiace della propria bassezza, resta silenziosa e serena dinanzi al disprezzo, alle preferenze, alle mormorazioni. E' il silenzio della dolcezza e dell'umiltà. E' il silenzio dell'io che passa nella volontà di Dio.
 
Nel silenzio dello spirito, 8° grado, distingue il pensiero in sè stesso dai pensieri nocivi, considera come il pensiero in se stecco, non può sopprimersi nè nuoce allo spirito, mentre all'incontro nuociono i pensieri inutili, compiacenti, dilettevoli, naturali. 
 
Nel 9° grado mediante il silenzio del proprio giudizio, si entra nella via dell'infanzia spirituale, non giudicare, non lasciare apparire la propria opinione, e, quando la prudenza non vi si oppone, cedere con semplicità. E' il silenzio dei perfetti, degli Angeli, del Verbo incarnato!
 
Il silenzio della volontà, al 10° grado, non è solo il silenzio dell'obbedienza ai comandi e alle leggi, ma ancora il silenzio dello schiavo sotto i colpi del padrone."Felice schiavo poichè il padrone è Dio!" E' il silenzio della vittima sull'altare, silenzio della tenebra che non chiede la luce, almeno quella che rallegra. E' il silenzio dell'agonia di Gesù. Niente può paragonarsi al suo significato, nulla resiste alla forza della sua preghiera, nulla è più degno di Dio quanto questa lode nel dolore, questo FIAT sotto l'oppressione, questo silenzio nel travaglio della morte.
 
L'11° grado del silenzio è poco conosciuto e meno ancora praticato, è il silenzio con se stessi. L'obliarsi interamente restando sola con Dio. E' il silenzio del nulla, più eroico del silenzio della morte.
 
Il 12° grado, il silenzio con Dio termina la scala. Al principio Dio diceva all'anima:"parla poco con le creature e molto con me". Qui Egli le dice :" Non parlare più!" E' aderire a Dio, amarlo, ascoltarlo, intenderlo, riposare in Lui. 
E' il silenzio dell'eternità, è l'unione dell'anima con Dio.

fonte: Meditazione cristiana nel carisma ereditato dai Maestri Carmelitani

martedì 8 dicembre 2015

Antologia di brani di lettere di amicizia spirituale di S. FRANCESCO DI SALES a S. GIOVANNA FRANCESCA DI CHANTAL




Antologia di brani di lettere di amicizia spirituale di S. FRANCESCO DI SALES a S. GIOVANNA FRANCESCA DI CHANTAL

L. 76 - «Dio, mi pare, mi abbia dato a voi. Ne sono più che sicuro a ogni ora. È tutto quello che vi posso dire». 

L. 77 - «Quanto più mi allontano da voi esteriormente, tanto più mi sento legato a voi interiormente» 

L. 79 - «Quale importanza può avere per voi sapere se mi potete considerare come il vostro direttore spirituale, quando sapete che la mia anima è in voi e io so che la vostra è in me? Io so che avete una piena e perfetta fiducia nel mio affetto: di questo non dubito assolutamente, e ne ricevo consolazione. Sappiate anche, ve ne prego, e credete fermamente che io ho una viva e straordinaria volontà di servire il vostro spirito con tutta la capacità delle mie forze, non saprei spiegarvi la qualità né la grandezza di questo desiderio che sento del vostro servizio spirituale; ma vi dirò decisamente che io penso che venga da Dio e, quindi, lo coltiverò con grande amore e, ogni giorno, lo vedo crescere e di latarsi visibilmente. Se lo stimassi conveniente, vi direi ancora qualcosa di più, e direi la verità, ma bisogna che mi fermi qui. Ora, mia buona Signora, potete vedere assai bene la misura con cui vi potete servire di me e quanta fiducia potete riporre in me. Mettete a profitto il mio affetto e usate di tutto quello che Dio mi ha dato per il servizio del vostro spirito. Eccomi qui tutto vostro; e non pensate più sotto qual nome o in quale misura io lo sia. Dio mi ha dato a voi; consideratemi come vostro in Lui e chiamatemi come meglio vi piacerà: questo non ha importanza. Per tagliare la strada a tutte le obiezioni che potrebbero sorgere nel vostro spirito, è necessario che vi dica ancora di non aver mai inteso che, fra noi, vi fosse un legame che non compo rtasse qualche obbligo, se non quello della carità e della perfetta amicizia cristiana. [...] Ecco, mia buona sorella (e permettetemi di chiamarvi con questo nome che è quello con cui gli Apostoli e i primi cristiani usavano esprimere il loro amore vicendevo le); ecco il nostro legame, ecco le nostre catene che, quanto più ci stringeranno, tanta maggior gioia e libertà ci daranno; nulla è più flessibile e nulla è più tenace che queste catene. Tenetemi dunque molto strettamente legato a voi, e non datevi pensiero di saper altro, se non che questo legame non è contrario a nessun altro, sia di voto che di matrimonio. Sotto questo aspetto, state dunque perfettamente in pace». 

L. 80 - «In secondo luogo, carissima Sorella, sappiate che, come vi ho detto, fin dalla prima volta che mi manifestaste la vostra anima, Dio mi diede un grande amore al vostro spirito; e quando mi vi manifestaste in un modo più particolare, si creò, fra la mia anima e la vostra, un legame d’affetto molto più stretto, che m’indusse a scrivervi che Dio mi aveva dato a voi, pensando che non si potesse più aggiungere nulla all'affetto che sentivo nel mio spirito, specialmente quando pregavo per voi. Ma ora, carissima Figlia, si è aggiunto a quello un affetto nuovo d’un genere che, mi pare, non si può definire, ma ha come effetto una grande soavità interiore che provo quando vi auguro la perfezione dell’amore di Dio e le altre benedizioni spirituali. No, non aggiungo nessun fronzolo alla verità: parlo della presenza del Dio del mio cuore e del vostro. Ogni affetto è diverso da tutti gli altri. Quello che provo per voi mi consola immensamente, e, per dir tutto in una parola, mi è immensamente benefico. Tenete tutto questo come pura verità e non dubitatene più. Non volevo dire tanto, ma una parola tir a l’altra; e spero che prenderete tutto in bene. È una cosa meravigliosa, mi pare, Figlia mia: la santa Chiesa di Dio, a imitazione del suo Sposo, non ci insegna a pregare per noi individualmente, ma sempre per noi e per i nostri fratelli cristiani. «Dacci », dice, «Concedici», usando sempre il plurale. non mi era mai accaduto di sentire il mio spirito legato a una persona particolare quando usavo certe espressioni; però, da quando sono partito da Digione, se dico noi , mi vengono in mente parecchie persone p articolari che mi sono raccomandate, e, quasi sempre, voi siete la prima. e se, qualche volta, ma raramente, non venite per prima, venite per ultima per rimanere più a lungo. Si può dire di più? Ma per amore di Dio, che queste cose non vengano confidate a nessuno, perché ho veramente detto troppo, sebbene abbia parlato con assoluta verità e sincerità [...] Se dessi retta a me stesso non metterei mai fine a questa lettera, scritta col solo intento di rispondervi. Voglio però terminarla chiedendovi una grande a ssistenza delle vostre preghiere. Io non prego mai senza avervi come partecipe delle mie suppliche, e non saluto i miei Angeli senza salutare anche il vostro. Ricambiatemi il favore e così faccia anche Celso Benigno [figlio della Chantal]

 L. 82 - «Prego questo santo benedetto è [Sainte - Claude] , testimone della sincerità e dell’integrità del cuore col quale vi amo nel nostro Signore e nostro comune Maestro, a impetrarvi dalla sua santa bontà l’assistenza dello Spirito Santo che ci è necessaria per entrare davvero nel riposo del tabernacolo della Chiesa. Sia detto una volta per sempre: sì, Dio mi ha dato a voi; voglio dire che mi ha dato in un modo unico, intero, irrevocabile». 

L. 83 - «Sono d’accordo che facciate vedere i miei consigli che si riferiscono alla vostra coscienza al vostro confessore, ma non le mie lettere, che sono un po’ troppo semplici e cordiali per essere vedute da altri occhi che non siano altrettanto semplici e pienamente corrispondenti alla mia intenzione tutta franca e leale nei vost ri confronti».

 L. 89 - «in quattro parole vi dirò ora qualcosa di me. Vorrei che poteste vedere perfettamente tutto il mio intimo, se le mie imperfezioni non vi scandalizzassero...... non vi dirò nulla della grandezza del mio cuore nei vostri riguardi: vi dirò solo che è molto superiore a tutto quello che si può immaginare. E il mio affetto per voi è candido come la neve e più puro del sole. Per questo durante questa lontananza, gli ho lasciato le briglie sul collo, permettendogli di correre a suo piacimento. Oh, Signore Dio! come si potrebbe dire quale consolazione debba essere, in Cielo, amarsi in un pieno mare di carità, quando i piccoli ruscelli di quaggiù ne possono procurare tanta?». 

L. 101 - «... Che Dio mi renda davvero bambino nell’innocenza e nella semplicità! Ma non sono veramente semplice quando vi dico queste cose? Non c’è rimedio voglio farvi vedere il mio cuore così come è in tutta la varietà dei suoi movimenti, perché, come dice l’Apostolo [2Cor 12,6] , voi non pensate di me più di quello che è in me». 

L. 102 - «Coraggio, coraggio! Gesù è nostro: che i nostri cuori siano sempre i suoi. Egli mi ha reso, mia cara Figlia, e mi rende ogni giorno più, mi pare, o almeno, mi rende sempre più sensibilmente, sempre più soavemente del tutto, in tutto e senza riserve, unicamente, inviolabilmente vostro in Lui e per Lui, al quale sia onore e gloria per tutti secoli dei secoli insieme con la sua santa Madre». 

L. 103 - «Non potreste credere quanto il cuore si conferma sempre più nelle nostre risoluzioni e come tutto concorre a confermarlo maggiormente. Io provo una soavità straordinaria per tali risoluzioni, come anche per l’amore che vi porto, e amo questo amore in un modo incomparabile. Esso è forte, ampio, senza misura né riserva, ma dolce, facile, purissimo e tranquillissimo; in una parola, se non m’inganno, è un amore che vive solo di Dio, perché dunque non lo dovrei amare? ma dove vado io? non intendo più tornare su queste parole, che sono troppo vere e prive d’ogni pericolo. Dio che vede tutte le pieghe del mio cuore, sa che, in questo, non vi è nulla che non sia per Lui e secondo Lui, senza il quale non intendo essere nulla per nessuno, con non intendo che nessuno sia qualcosa per me, ma in Lui, intendo non solo conservare, ma nutrire, e molto teneramen te, questo affetto unico. Ma lo confesso, il mio spirito non aveva il permesso di effondersi in questo modo, è sfuggito al mio controllo, e bisogna perdonarlo per questa volta, a condizione che non ne faccia più parola». 

L. 106 - «E poiché il mio cuore mi spinge a comunicarvi ogni piccola consolazione che mi capita (cosa che non farei con nessun altra creatura), vi dico che, negli ultimi tre giorni, ho sperimentato un piacere incomparabile pensando al grande onore che ha un cuore che può parlare da solo a solo al suo Dio...» 

L. 111 - «Gesù, nelle viscere del quale la mia anima ama la vostra in un modo unico, sia sempre la nostra consolazione, Figlia mia». 

L. 117 - «...E quando io parlo della mia anima, intendo parlare della mia anima tutta intera compren - dendo, quindi, anche quella che Dio mi ha unita inseparabilmente...... [...] Oh Dio! perché mai vi dico tutto questo, se non perché il mio cuore si apre e si spalanca senza riserve quando è a contatto col vostro?... [...] Credete che la prima parola che vi scrissi, cio è che Dio mi aveva dato a voi, esprimeva la verità; e i sentimenti che ne derivano sono ogni giorno più forti nella mia anima». 

L. 120 - «Perché mai pensiamo che Egli abbia voluto fare dei due un cuore solo, se non perché questo cuore sia straordinariamente audace, valoroso, coraggioso, costante e innamorato del suo Creatore e del suo Salvatore nel quale e per il quale io sono tutto vostro?» . J . M . J .

giovedì 22 ottobre 2015

PREGHIERA PER GLI AMICI - S. Anselmo

Signore, tu ci hai comandato di amare tutti gli uomini in te e per te: per tutti imploro la Tua clemenza.   Ci sono però molti per i quali Tu hai impresso nel mio cuore un affetto più intimo e familiare: a loro voglio bene con più ardore, per loro voglio pregare con più intensità.
Abbracciali nel Tuo amore, Tu che sei la fonte dell’amore, Tu che mi comandi di amarli e insieme me ne dai la capacità. Se la mia preghiera non vale ad ottenere per loro dei vantaggi perché ti è offerta da un peccatore, valga almeno perché nasce in risposta ad un Tuo comando.
Per te, dunque, che sei l’autore e la fonte dell’amore, per Te, e non per me, continua ad amarli, e fa' che essi pure Ti amino con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima, così che possano volere, dire e fare solo quanto piace a Te e giova al loro bene.
La mia preghiera è troppo tiepida, poiché debole è la fiamma del mio amore, ma Tu, che sei ricco di misericordia, non misurare i doni che Ti chiedo per gli amici sul torpore delle mie invocazioni, ma come la Tua benignità supera ogni amore umano, così la Tua risposta trascenda lo scarso fervore della mia supplica.
Fa' per loro e con loro, Signore, quanto li aiuta a procedere nel cammino che hai tracciato per loro, così che siano sempre e ovunque guidati e protetti da Te, fino a che raggiungano la sicurezza gloriosa del cielo. (S.  Anselmo)

giovedì 23 luglio 2015

Santificazione delle relazioni domestiche


 

Dagli scritti di Padre Adophe Tanquerey (1854 - 1932).


589.   La grazia non distrugge la natura ma la perfeziona. Ora le relazioni domestiche furono istituite da Dio stesso: volle che la specie umana si propagasse per mezzo della legittima e indissolubile unione dell'uomo e della donna, e che questa unione fosse ancor più rinsaldata dai figli che ne nascerebbero. Onde le intimissime e affettuosissime relazioni tra marito e moglie, tra genitori e figli, che la grazia del sacramento del matrimonio aiuta a rendere soprannaturali.

1° DELLE RELAZIONI TRA GLI SPOSI CRISTIANI.

590.   Assistendo alle nozze di Cana ed elevando il matrimonio cristiano a dignità di sacramento, Nostro Signore mostrò agli sposi che la loro unione può essere santificata e ne meritò loro la grazia.

A) Prima del matrimonio, l'amore cristiano, amore tenero e ardente, casto e soprannaturale, ne unisce i cuori e li prepara a sopportar più validamente i pesi della famiglia. La natura e il demonio tentano, è vero, d'insinuare in quest'affetto un elemento sensuale che potrebbe essere pericoloso per la virtù; ma i fidanzati cristiani, sorretti dalla pratica dei sacramenti, sapranno dominar questo elemento, e renderanno soprannaturale il mutuo amore, rammentandosi che tutti i nobili sentimenti vengono da Dio e a lui si devono riferire.

591.   B) La grazia del sacramento, unendone i cuori con vincolo indissolubile, ne affinerà e purificherà l'amore. [...]

592.   C) Quando Dio dà loro dei figli, li ricevono dalla sua mano come un sacro deposito, li amano non solo come parte di sè stessi ma come figli di Dio, membri di Gesù Cristo, futuri cittadini del cielo; li circondano di continuo affetto e premura; danno un'educazione cristiana, studiandosi di formare in essi le stesse virtù di Nostro Signore, ed esercitano a questo fine con riguardo, delicatezza, forza e dolcezza, l'autorità data loro da Dio. Non dimenticano che, essendo rappresentanti di Dio, devono evitare quella debolezza che tende a viziare i figli e quell'egoismo che vorrebbe goderne senza formarli alla virtù e al lavoro. Con l'aiuto di Dio e degli educatori, che scelgono con la massima cura, ne fanno uomini e cristiani, esercitando così una specie di sacerdozio in seno alla famiglia; potranno quindi fare assegnamento sulla benedizione di Dio e sulla riconoscenza dei figli.

2° DEI DOVERI DEI FIGLI VERSO I GENITORI.

593.   A) La grazia, che santifica le relazioni tra gli sposi, perfeziona pure e rende soprannaturali i doveri di rispetto, di affetto e di obbedienza che i figli devono ai genitori.

a) Ci mostra nei genitori i rappresentanti di Dio e della sua autorità; a loro, dopo Dio, dobbiamo la vita, la sua conservazione e la buona sua direzione. Il nostro rispetto per loro deve quindi giungere fino alla venerazione: ammirando in essi una partecipazione della divina paternità, "ex quo omnis paternitas in cælis et in terra", della sua autorità, delle sue perfezioni, Dio stesso dobbiamo venerare in loro.

b) L'affetto, la bontà, la sollecitudine loro verso di noi ci appariscono come un riflesso della provvidenza e della bontà divina, onde il nostro amor filiale diventa più puro e più intenso, giungendo persino alla più assoluta dedizione, tanto che saremmo pronti a sacrificarci per loro e dare, occorrendo, la vita nostra per salvar la loro; prestiamo quindi tutta l'assistenza corporale e spirituale di cui hanno bisogno, secondo tutta la nostra possibilità.

c) Vedendo in loro i rappresentanti dell'autorità di Dio, non esitiamo a obbedirli, in tutto, ad esempio di Nostro Signore che, per trenta anni, fu sottomesso a Maria e a Giuseppe: "et erat subditus illis". Questa obbedienza non ha altri limiti fuori di quelli posti dallo stesso Dio, cioè che si è obbligati a obbedire più a Dio che agli uomini; ond'è che in ciò che riguarda il bene dell'anima, e specialmente rispetto alla vocazione, al solo confessore dobbiamo obbedire, dopo averlo informato delle condizioni di famiglia. Anche in questo imitiamo Nostro Signore, il quale, quando la Madre gli chiese perchè l'avesse abbandonata, rispose: "Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? Nesciebatis quia in his quæ Patris mei sunt, oportet me esse?" 593-3 Rimangono così salvi i diritti e i doveri di tutti.

594.   B) Entrando nel chiericato, abbandoniamo il mondo e fino a un certo punto anche la famiglia, per entrare nella grande famiglia ecclesiastica, e occuparci quindi innanzi principalmente della gloria di Dio, del bene della Chiesa e delle anime. Gli interni sentimenti di rispetto e d'affetto per i genitori non cangiano certo, anzi si affinano, ma le esterne manifestazioni dipenderanno quindi innanzi dai doveri del nostro stato; nulla dobbiamo fare per piacere ai genitori ove ne venga danno al nostro ministero. Il primo nostro dovere è di occuparci delle cose di Dio; ove dunque accadesse che il modo di vedere, i consigli, le esigenze loro si opponessero a ciò che da noi richiede il servizio delle anime, con dolcezza ed affetto ma con fermezza faremo loro intendere che, nei doveri del nostro stato, dipendiamo solo da Dio e dai superiori ecclesiastici. Continueremo però a onorarli, ad amarli, ad assisterli secondo tutta la possibilità compatibile coi doveri del nostro ufficio.

Cotesta regola s'applica pure, e a più forte ragione, a coloro che entrano in una congregazione o in un ordine religioso.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]

La santificazione delle relazioni sociali

http://www.cavanis.org/noticias/img/861/20110704-Formazione-Cavanis.jpg

Dagli scritti di Padre Adophe Tanquerey (1854 - 1932).


584.   Fin qui abbiamo parlato delle relazioni tra l'anima e Dio, sotto la guida del direttore. Ma è chiaro che siamo obbligati ad aver numerose relazioni con molte altre persone, relazioni di famiglia e d'amicizia, relazioni professionali, relazioni d'apostolato. Ebbene tutte possono e devono essere santificate e contribuire a rassodarci nella vita interiore. Per agevolar questa santificazione, esporremo i principii generali che devono regolare queste relazioni, facendone poi l'applicazione alle principali relazioni.

I. Principii generali.

585.   1° Nel disegno primitivo le creature erano destinate a portarci a Dio, ricordandoci ch'egli è l'autore e la causa esemplare di tutte le cose. Ma, dopo la caduta, esse ci attirano in modo che, se non stiamo all'erta, ci distolgono da Dio o almeno ci ritardano il cammino verso di lui. Bisogna quindi reagire contro questa tendenza, e, con lo spirito di fede e di sacrificio, servirci delle persone e delle cose soltanto come mezzi per andare a Dio.

586.   2° Ora, tra le relazioni che abbiamo con le persone, ve ne sono delle volute da Dio, come le relazioni domestiche o quelle richieste dai doveri del nostro stato. Tali relazioni devono essere mantenute e rese soprannaturali. Infatti non si diventa liberi da questi doveri pel fatto che si aspira alla perfezione; si è invece obbligati a compirli in modo più perfetto degli altri. Bisogna però renderle soprannaturali riconducendole al nostro ultimo fine che è Dio. Il mezzo migliore per farlo sta nel considerar le persone con cui siamo in relazione, come figli di Dio, fratelli in Gesù Cristo, rispettarle e amarle in quanto possedono doti che sono un riflesso delle perfezioni di Dio, e sono destinate a parteciparne la vita e la gloria. Così in esse consideriamo e amiamo Dio.

587.   3° Vi sono invece relazioni pericolose o cattive che tendono a farci cadere in peccato o col destare in noi lo spirito mondano, o coll'attaccarci alle creature per via del piacere sensibile o sensuale che proviamo in loro compagnia e al quale siamo esposti a consentire. Fuggire, per quanto è possibile, queste occasioni è cosa obbligatoria e, se non si può evitar l'occasione, è dovere l'allontanarla moralmente, rafforzando la volontà contro l'affetto disordinato a tali persone. Chi opera altrimenti, compromette la propria santificazione e la propria salute; perchè chi ama il pericolo in esso perisce: "Qui amat periculum, in illo peribit" 587-1. Quanto più dunque si vuol essere perfetti, tanto più si deve fuggire le occasioni pericolose, come spiegheremo più tardi parlando della fede, della carità e delle altre virtù.

588.   4° Finalmente vi sono relazioni che per sè non sono nè buone nè cattive ma semplicemente indifferenti, e che possono quindi, secondo le circostanze o l'intenzione, riuscir utili o nocive: tali sono, per esempio, le visite, le conversazioni, le ricreazioni. Un'anima che tende alla perfezione renderà buone queste relazioni con la purità d'intenzione e con la moderazione che serberà in ogni cosa. Prima di tutto non cercherà se non quelle che sono veramente utili alla gloria di Dio, al bene delle anime o a quel necessario sollievo che è richiesto dalla salute del corpo o dal bene dell'anima. Poi, nell'uso di queste cose utili, praticherà quella prudenza, quella modestia, quella temperanza, che tutto riconduce all'ordine voluto da Dio. Quindi via quelle lunghe conversazioni oziose che sono perdita di tempo e occasione di mancare all'umiltà e alla carità; via quei prolungati e smodati divertimenti che stancano il corpo e deprimono l'anima.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]

martedì 21 luglio 2015

Amare il silenzio


 

Amare il silenzio

by cordialiter
 
Tutte le anime che amano Dio amano anche la solitudine, perché nella solitudine è più facile raccogliersi ed elevare la mente al Signore. Nel silenzio e nella solitudine lo Spirito Santo parla al cuore delle sue anime dilette con parole che infiammano d'amore. Ducam eam in solitudinem, et loquar ad cor eius (Osee II, 14).

La virtù si conserva facilmente nella solitudine, mentre si perde facilmente nel conversare col mondo, ove poco si conosce Dio, e poco conto si fa del suo amore e dei beni che Egli dona a chi lascia tutto per amor suo. Diceva San Bernardo che lui aveva imparato molto più nella solitudine dei boschi che dai libri e dai maestri. Quindi i santi per vivere in solitudine e lontani dai tumulti del mondo hanno amato tanto le grotte, i monti e i boschi. La solitudine sarà una fonte perenne di allegrezza per quelle anime che la cercano: ella fiorirà come il giglio in bianchezza ed innocenza di vita, e produrrà i frutti di tutte le virtù. Queste anime felici un giorno saranno elevate a vedere la gloria del Signore e la sua infinita bellezza.

È certo che per mantenere l'anima unita con Dio bisogna conservar nella mente le idee di Dio e dei beni immensi che Egli prepara a chi lo ama. Ma quando noi abbiamo contatti col mondo, esso ci presenta le cose terrene, le quali cancellano le idee spirituali e ci privano dei sentimenti di pietà.

I mondani fuggono la solitudine perché nella solitudine si fan sentire i rimorsi delle loro coscienze, perciò costoro vanno cercando conversazioni e distrazioni di mondo. Al contrario, le anime che vivono con pace di coscienza non possono non amare la solitudine; e quando si trovano tra il baccano del mondo si sentono come pesci fuor d'acqua. È vero che l'uomo ama la compagnia; ma qual più bella compagnia che quella di Dio! Non apporta né amarezza né tedio l'allontanarci dalle creature per conversare intimamente col nostro Creatore.

Non è vero che la vita solitaria è vita malinconica; ella invece è un assaggio e principio della vita dei beati che godono un gaudio immenso nell'occuparsi solamente di amare e lodare Dio. I santi allorché vivono in solitudine sembrano soli, ma in realtà non stanno soli, stanno con Dio. Sembrano mesti, ma non sono mesti; il mondo, vedendoli lontani dai divertimenti terreni li giudica miseri e sconsolati, ma non è così; essi in realtà godono un'immensa e continua pace. Il Signore ben sa consolare un'anima che conduce una vita ritirata. Ella è sempre piena di gioia e d'allegrezza, e innalza ringraziamenti e lodi alla divina bontà.
 
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