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sabato 1 gennaio 2011

  GLORIFICATE DIO NEL VOSTRO CORPO
1Co 6,20)
Don Mario Cascone
             Dopo aver delineato i fondamenti dell’etica sessuale in un contesto assai licenzioso, come era quello di Corinto, l’apostolo Paolo conclude con la meravigliosa esortazione: “Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,20). Si tratta di un invito a fare di tutta la nostra vita un’offerta di lode al Signore, un’oblazione d’amore che renda gloria al suo nome. Paolo supera così in modo sublime una concezione meramente ritualistica e formale della liturgia, esortando a vivere il culto a Dio come qualcosa che coinvolge tutta la nostra esistenza, e in particolare la nostra vita corporale, mediante la quale noi ci relazioniamo con Dio e con i fratelli. La nostra esistenza storica, i nostri quotidiani rapporti con gli altri, la stessa nostra vita sessuale: tutto deve diventare offerta gradita a Dio per la gloria del suo nome!
            In questa concezione cultuale e liturgica della corporeità S. Paolo supera anche un’idea legalistica e moralistica della sessualità. Tutto il discorso da lui fatto in 1Cor 6,12-20 si fonda su una concezione positiva di sessualità e di corporeità, interpretate nella luce del dono di Dio. Come può un dono del Signore essere negativo? Dio ci ha creato “maschio e femmina” perché ognuno di noi possa vivere la sua identità sessuale nel quadro del suo progetto di amore. Certo, questo non significa che la sessualità si sottragga al peccato e alle tentazioni del mondo, come ampiamente dimostra il discorso fatto da Paolo alla comunità di Corinto. Ma questa realistica constatazione non conduce a vedere con pessimismo la sessualità, quanto piuttosto a riscoprire il meraviglioso progetto di Dio su questa realtà: un progetto d’amore, che il cristiano vive nella consapevolezza di essere stato redento da Cristo. I nostri corpi “sono stati riscattati a caro prezzo dalla schiavitù” del peccato: questa è già una realtà operata dal Salvatore nostro Gesù Cristo. Si tratta ora di vivere questa realtà nella nostra esistenza quotidiana, sottraendola, con la grazia di Dio, alle tentazioni sempre ricorrenti dell’individualismo libertaristico e dell’edonismo consumistico. Si tratta di diventare quello che già siamo, in forza dell’azione redentiva di Cristo. Il dinamismo della vita morale si situa tutto in questa continua tensione tra l’essere e il dover essere, tra l’indicativo (ciò che già siamo) e l’imperativo (ciò che dobbiamo diventare).
            Il nostro essere corporale, che è destinato alla risurrezione finale, rappresenta fin da ora la maniera storica attraverso cui ci relazioniamo con Dio e con i fratelli. La nostra identità sessuale e i gesti che la esprimono sono linguaggio d’amore, che il Signore stesso ha infuso in noi e che ci fa vivere tutta l’esistenza corporea come oblazione pura, gradita a Dio e capace di glorificarlo!
L’offerta “sacrificale” dei nostri corpi a Dio
            L’esortazione a glorificare Dio col e nel nostro corpo viene espressa da Paolo anche nella lettera ai Romani. Vogliamo servirci del testo di Rom 12,1-2 per cercare di approfondire quest’idea e applicarla, senza forzature, alla morale sessuale. Ecco il brano che vogliamo esaminare:
“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.
            L’offerta dei nostri “corpi” a Dio è da intendersi ancora una volta come l’oblazione di tutto il nostro essere, che proprio attraverso il corpo vive la capacità di relazionarsi con il Signore, con gli altri uomini e col mondo. S. Paolo sollecita a fare di tutta la propria esistenza quotidiana un “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”. È dunque nella vita di ogni giorno, quella che conduciamo tra le strade di questo mondo, che noi siamo chiamati a celebrare la liturgia di lode al Signore, offrendo a Lui tutto ciò che siamo e tutto ciò che facciamo.
Il cristianesimo, pur non rinnegando il valore del tempio e degli altri luoghi sacri, mette in luce l’importanza di adorare Dio prima di tutto nel “tempio” del proprio cuore e del proprio essere personale. Gesù aveva detto alla Samaritana che Dio, prima che in questo o quel luogo sacro, deve essere adorato “in Spirito e verità” (Gv 4,23). E Paolo sottolinea che noi siamo “tempio dello Spirito Santo” (1 Cor 6,19), dimora di Dio, nella quale dobbiamo celebrare continuamente la sua Presenza d’amore.
Naturalmente questo non va inteso in senso intimistico e individualistico. Al contrario, proprio la sottolineatura della corporeità come dimora santa in cui Dio si rende presente, fa comprendere come questa liturgia di lode il cristiano deve celebrarla nella relazione con gli altri e nel suo impegno sociale.
Mentre i pagani offrivano alla divinità i corpi di animali, cioè di esseri privi di ragione, i cristiani offrono se stessi, quali esseri pensanti, razionali, dotati di coscienza e capaci di amare! Questo è il “sacrificio spirituale” di cui parla l’apostolo in questo testo: uno spirituale che, come si vede, non si oppone a corporale, ma lo include. La concezione di persona che noi abbiamo non è quella dualistica, che separa lo spirito dal corpo, ma quella unitaria, che considera l’uomo nell’unità inscindibile di tutto il suo essere corporeo-spirituale.
“Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”
Come possono i cristiani fare di se stessi un’offerta gradita a Dio? In che maniera sono in grado concretamente di glorificare il Signore nel loro corpo? San Paolo risponde a queste domande attraverso due indicazioni preziose:
§         Non conformarsi alla mentalità di questo mondo
§         Trasformare la nostra mente per discernere la volontà di Dio
 
Si tratta anzitutto di sottrarsi alle continue insidie poste da questo “mondo” a noi che ci sforziamo di vivere santamente. Non ci troviamo ancora nella piena e definitiva condizione del Regno di Dio, dove le tentazioni e il peccato scompariranno per sempre. Viviamo invece in una dimensione di precarietà e di debolezza. L’esistenza del cristiano, per quanto sia stata già liberata sostanzialmente dal peccato e dalla morte a causa della Pasqua di Cristo, resta sempre esposta alla minaccia del “principe di questo mondo”, almeno fino a che non si compirà definitivamente l’opera della salvezza, quando Cristo “consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza” (1 Cor 15,24). Allora sarà annientata per sempre la morte e il nostro corpo corruttibile si vestirà di immortalità (1 Cor 15,54).
Nella concezione di Paolo non c’è alcuna demonizzazione di questo mondo, né un invito a fuggire da esso. C’è piuttosto l’esortazione ad assumere nei suoi confronti un atteggiamento di distanza critica: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”. L’apostolo ci sollecita ad assumere un comportamento di  radicale anticonformismo di fronte ai dinamismi perversi presenti nella storia ed operanti anche dentro di noi. Siamo chiamati ad andare controcorrente, per non adeguarci passivamente alle logiche di un mondo che ha voltato le spalle a Dio e propone comportamenti antitetici a quelli desiderati dal Signore per le sue creature. In questo senso dobbiamo sempre ricordare che siamo “nel” mondo, ma non “del” mondo (Gv 17,16) e che la lotta continua per piacere a Dio si concretizza in un impegno ascetico quotidiano, nella logica indicataci dallo stesso Paolo: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14).
“Trasformatevi rinnovando la vostra mente”
Qui si situa il secondo suggerimento dell’apostolo: “Trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. L’impegno a distanziarsi criticamente dalle logiche di questo mondo e ad assumere comportamenti profetici che vadano controcorrente si concretizza di fatto nello sforzo di cambiare mentalità e di agire secondo il volere di Dio.
Che cosa vuol dire questo? In termini molto semplici si può dire che l’Apostolo ci chiede di cambiare non il mondo, ma noi stessi. O forse sarebbe meglio dire che ci chiede di cambiare il mondo attraverso il cambiamento di noi stessi! Questa metamorfosi personale riguarda tutto il nostro essere, a cominciare dal rinnovamento della nostra “mente” (in greco: nus), ossia della nostra facoltà di giudizio, mediante cui noi siamo capaci di valutare attentamente ogni cosa per poi decidere ciò che è buono e gradito a Dio.
Questa trasformazione radicale della nostra mentalità e delle nostre scelte comportamentali avviene sotto la costante guida dello Spirito Santo, a cui dobbiamo essere docili, se vogliamo essere conformati a Cristo e camminare in una vita nuova. Lo Spirito Santo ci aiuta a discernere la volontà di Dio e a deciderci per il bene che Egli ci propone. Egli cioè non solo ci fa capire interiormente quello che Dio desidera per il nostro bene, ma ci dona anche la grazia per metterlo in pratica. Non si tratta quindi semplicemente di uno sforzo volontaristico del cristiano, ma di un impegno faticoso, costantemente sostenuto dalla grazia dello Spirito Santo.
Castità e  temperanza
            In questa luce possiamo considerare la virtù della castità come impegno a vivere la sessualità nel “tempio” del nostro corpo, in cui abita lo Spirito Santo, “nel” quale rendiamo gloria e lode al Padre e al Figlio. È questa la suggestiva prospettiva liturgica in cui si colloca la concezione paolina, particolarmente espressa nella Prima Lettera ai Corinti: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi” 1 Cor 3, 16-17). E ancora: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?” (1 Cor 6,19).
La castità non è da intendersi perciò primariamente come una rinuncia, ma come la scelta positiva di vivere la sessualità secondo il progetto di amore di Dio, per il quale il nostro corpo e tutto il suo linguaggio devono diventare progressivamente capaci di dare lode al Signore.
Certamente però la virtù della castità comporta anche delle scelte ben precise, che a loro volta conducono a fare delle rinunce. In questo senso la castità è stata vista tradizionalmente come parte integrante della virtù cardinale della temperanza. Il temperante è colui che sa regolare i piaceri sensibili attraverso la guida della ragione. Egli non reprime i piaceri, ma li accetta in modo che non possano nuocere al bene globale della sua persona. Il temperante è perciò l’uomo moderato, capace di controllare i suoi impulsi istintivi e di autoregolarsi nel mangiare, nel bere, nel divertirsi, nel giocare… L’astinenza volontaria da certi cibi e il digiuno, la sobrietà nel bere, la moderazione nel gioco e nel divertimento sono decisioni che fortificano la volontà ed aiutano a trovare un valido equilibrio interiore. La persona veramente libera non è quella che pensa di essere al di sopra di ogni tentazione, ma quella che, conoscendo la sua fragilità, sa porre in atto rinunce volontarie, interpretate come una sorta di “ginnastica” dello spirito che abilita a resistere al peccato.
La tradizione spirituale cristiana ha visto la virtù della temperanza come una maniera per conformarsi a Cristo, e in particolare al mistero della sua Pasqua. Come il Signore Gesù accettò di soffrire e morire in croce per risorgere a vita nuova e salvare l’umanità, così il cristiano pone in atto la mortificazione volontaria per conseguire gradualmente un’esistenza “pasquale”, che si avvia alla risurrezione finale, nella quale egli vivrà con un corpo spiritualizzato, reso conforme dalla potenza dello Spirito Santo al corpo glorificato di Gesù Risorto.
In questa luce S. Paolo scrive: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). E poi più avanti aggiunge: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). Tutto questo l’Apostolo lo scrive nel contesto della lettera ai Galati, che è un vero e proprio inno alla libertà del cristiano. Pensiamo, per esempio al solenne inizio del cap.5, in cui Paolo scrive: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).
Comprendiamo così che la temperanza, la “crocifissione nella carne” di tutto ciò che può allontanarci dal conseguire la santità, non è da intendersi come una sorta di castigo, che il cristiano si autoinfligge in una concezione quasi “masochistica” dell’esistenza, ma  piuttosto come la progressiva acquisizione  della libertà “pasquale”, che ci rende capaci di superare le nostre tendenze egoistiche e di amare in modo autenticamente oblativo, ad imitazione di Gesù crocifisso e risorto, che ha dato se stesso per tutti noi.
Quest’acquisizione di libertà il cristiano non la concepisce alla maniera degli stoici, i quali esaltavano l’uomo temperante, ritenendo spregevole qualsiasi turbamento sensibile. Il cristiano, da questo punto di vista, non si pronuncia contro il piacere, considerandolo anzi come un dono di Dio, a condizione che esso non diventi lo scopo prevalente della vita, ma la logica conseguenza delle proprie scelte ragionevoli e rispettose della dignità della persona. In questo senso si ritiene che un uomo pecchi contro la temperanza sia quando conduce un’esistenza interamente assorbita dalla ricerca dei piaceri sensibili, sia quando porta avanti una vita incolore, non toccata da passionalità alcuna. Nel primo caso egli mostra di essere intemperante e di somigliare ad un bimbo tutto proteso istintivamente verso ciò che gli piace; nel secondo caso manifesta una chiara insensibilità, che rifiuta il valore positivo degli appetiti sensibili e pretende di vivere stoicamente al di là di essi: anche questa è intemperanza.
Possiamo trovare una sintesi di questi concetti in queste parole del teologo T. Goffi: “Il cristiano vive secondo la propria personalità carnale, la quale appare avviata a diventare pneumatizzata attraverso la partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Ciò significa che il cristiano per vocazione diventa temperante in modo tutto proprio. Accetta la fragranza del benessere umano, ma sa che tutto deve avviarsi verso uno stadio trascendente secondo lo spirito risorto”.
Castità e carità
             Applicando i valori della temperanza alla vita sessuale si giunge a determinare i contenuti concreti della virtù della castità. Per capire in che cosa consiste l’esercizio di questa virtù, si deve partire dalla premessa che la sessualità riguarda l’intera nostra persona e che le attrazioni sessuali toccano sia la sfera esteriore che quella interiore del nostro essere.
La pulsione sessuale, che Freud chiama libido, è molto forte in ciascuno di noi e viene esercitata attraverso il tatto, l’udito, lo sguardo, ma anche mediante la fantasia, la parola, l’intelligenza. Quando la passione istintiva prevale sulla ragione, la persona finisce con l’abbruttirsi in un comportamento fatuo, sciocco, che nel peggiore dei casi diventa svilimento della propria dignità e attentato a quella dell’interlocutore. Freud stesso ammette che la libido deve conoscere una qualche forma di repressione, senza la quale la persona si autodistruggerebbe. Nella sua visione materialistica però egli pensa a questa repressione solo nei termini di un recupero di energie psichiche da canalizzare positivamente in altri campi dell’esistenza umana.
Il casto temperante, così come lo intende la tradizione morale cristiana, è colui che lotta con se stesso per vivere la sessualità sempre e solo come donazione d’amore: una donazione che viene vissuta a partire da un sereno possesso di sé e da una sana capacità di accogliere l’altro nella ricchezza del suo essere. Quelle dell’immaturo, dell’orgoglioso autosufficiente, dell’egoista incapace di accogliere il dono dell’altro sono tutte versioni contrarie alla castità. Il casto temperante si sforza, con l’aiuto del Signore, di creare un graduale ordine interiore nelle proprie passioni, fino a vivere la sessualità in maniera autenticamente gioiosa, nell’ottica dell’amore caritativo.
C’è infatti una feconda relazione tra carità e castità, che si realizza nell’unità della persona, colta nella ricchezza armonica del suo essere. La castità trova la sua motivazione più nobile non nella repressione, ma nella donazione. Essa è esercizio che abilita alla donazione caritativa del proprio essere e all’accoglienza amorosa dell’essere dell’altro. La virtù della castità consiste quindi nel sottrarre il soggetto umano alla tentazione sempre ricorrente di non vedere nel corpo, quello proprio e quello dell’altro, la bellezza e la preziosità della persona, ma anzi di staccarlo dalla persona per farne un mero oggetto di godimento. La castità aiuta il “soggetto” a non diventare “oggetto” e a non “cosificare” l’essere della persona amata. In questo senso essa è carità in grande, perché rende idonei a fare di se stessi e degli altri un dono d’amore. E la carità più vera, lo sappiamo, non consiste tanto nel “donare”, quanto piuttosto nel “donarsi”.
Questo rapporto tra castità e carità è talmente vero, che si può tradurre, nella fecondità intrinseca all’atto sessuale, nella meravigliosa possibilità di trasmettere la vita ad un altro essere umano, il quale viene ad essere contemporaneamente frutto della donazione caritativa dei coniugi e preziosissimo dono per loro stessi!
 “Attentati” alla sessualità
             Su questa base possiamo considerare anche le principale minacce che oggi incombono sulla sessualità umana, deturpandone il volto e svilendone il significato. La nostra epoca, che si vanta di aver raggiunto una grande liberazione in campo sessuale, rischia di essere probabilmente una delle più anti-sessuali della storia. La pretesa liberalizzazione dei costumi in questo campo si traduce infatti spesso in un grave impoverimento della sessualità, dando adito anche a forme sicuramente devianti e fuorvianti, quali la pornografia, la prostituzione, la pedofilia, il turismo a scopo sessuale, insomma tutte le varie forme di mercificazione del sesso che oggi sono assai diffuse e vengono più o meno apertamente tollerate in nome di un’errata concezione della libertà umana.
            Cosa c’è al fondo di queste come di altre devianze sessuali? Quali sono le cause di questa grave mortificazione della sessualità? La risposta a queste domande in fondo è una sola: si è consumata oggi una separazione tra persona e sessualità, per la quale l’attività sessuale dell’uomo viene sempre più considerata come semplice atto fisiologico, che non coinvolge l’intera realtà della persona. Si tratta, in pratica, di una palese negazione del valore della castità, la quale tende proprio a difendere l’unitotalità della persona in questo campo così delicato.
            Questa separazione tra persona e sessualità, che dà adito ad una concezione consumistica del sesso, si esplicita chiaramente in altre due forme di separazione: quella tra sessualità e procreazione e quella tra sessualità e amore.
            È sotto gli occhi di tutti il fatto che l’atto sessuale viene sempre più considerato come qualcosa che non ha a che fare con la procreazione. Lo sbocco procreativo, che è connaturato al rapporto sessuale, viene evitato col ricorso a varie forme di contraccezione e talora anche con l’aborto. Il figlio è visto quasi come una minaccia, che incombe sulla coppia, costringendola a prendere tutte le precauzioni per non incorrere in questo…incidente di percorso. D’altra parte si va diffondendo anche l’idea che, qualora per vari motivi la coppia soffra di sterilità, tutte le maniere per ottenere un figlio sono lecite, ivi comprese quelle forme artificiali, come la fecondazione in vitro o la clonazione, che di fatto pongono la “produzione” del figlio come qualcosa di separato dall’atto sessuale dei coniugi o di coloro che questo figlio richiedono. Nell’uno e nell’altro caso si consuma perciò una separazione tra sessualità e procreazione, che poggia sulla pretesa dell’uomo di vivere queste realtà a prescindere dalla loro verità naturale, sulla base di scelte  che non di rado sono utilitaristiche ed egoistiche.
            Non si vuole mettere in discussione il fatto che spetti alla sapienza dell’uomo collaborare responsabilmente con Dio nella decisione di mettere al mondo un figlio. La scelta di procreare deve sempre restare un atto di grave responsabilità dell’uomo, che va compiuto sulla base di un serio discernimento delle potenzialità educative dei coniugi e delle loro condizioni generali di vita. Rimane perciò sempre valido il principio morale secondo cui la coppia può, per serie ragioni, decidere di non mettere al mondo altri figli. Ma nell’attuare una tale decisione la coppia non può snaturare la verità dell’atto sessuale, deprivandolo della sua potenzialità procreativa; né può snaturare la verità della procreazione, sostituendo la logica della “produzione” a quella della “donazione” reciproca, quale avviene nel rapporto sessuale. L’attuazione di una valida scelta di procreazione responsabile passa sempre attraverso la decisione di vivere la relazione sessuale nella sua verità totale, senza “piegarla” a tutti i costi allo scopo procreativo o senza privarla con ogni mezzo di esso. In pratica questa decisione consiste nell’avvalersi sapientemente dei ritmi naturali di fecondità, che sono insiti nel ciclo mestruale della donna, in maniera tale che l’atto sessuale venga vissuto sempre nella sua naturale verità ovvero ci si astenga da esso nei giorni fecondi, qualora la coppia per valide ragioni abbia deciso di non poter avere altri figli.
            Lo snaturamento più grave della sessualità, logicamente collegabile a quello che abbiamo appena esaminato, è quello che porta alla separazione tra sessualità e amore. Anche questa è una realtà sotto gli occhi di tutti: sono in molti oggi a sostenere che non c’è necessario collegamento tra atto sessuale e amore e che si può “fare sesso” anche senza un coinvolgimento sentimentale delle persone. Talora anche da un incontro occasionale o da un rapporto non impegnativo può scaturire, con relativa facilità, la scelta di avere rapporti sessuali completi, che altro significato non hanno, se non quello di garantire una reciproca soddisfazione sensoriale.
 Anche nei casi in cui si dichiara di vivere la relazione sessuale come atto di amore, permangono gravi fraintendimenti sulla realtà dell’amore, che spesso viene ridotto al suo livello fisico-genitale, ossia ad una serie di attrazioni, impulsi, reazioni spontanee o, nel migliore dei casi, al suo livello affettivo, fatto di sensibilità, erotismo,  di un volersi bene di stampo molto sentimentalistico. Difficilmente l’amore giunge, specie nell’età adolescenziale, al livello dell’io cosciente, che consiste anzitutto nella serena conoscenza e accettazione di se stessi, oltre che nell’aver raggiunto un sereno senso di autopossesso, che possa garantire l’effettiva donazione di sé alla persona amata;  ma consiste anche nella capacità di conoscere l’altro e di volere il suo bene, integrando tutti i rapporti con lui nel quadro di un progetto maturo di donazione reciproca.
 Dio è Amore!
             Questi “attentati” alla sessualità, oggi largamente presenti nella nostra cultura, possiamo intenderli anche come una triste conseguenza del rifiuto di Dio o dell’indifferenza nei suoi confronti. La separazione tra sessualità e procreazione non è forse una negazione dell’intervento che Dio Creatore ha nella trasmissione della vita umana? E la separazione tra sessualità e amore non può forse essere letta come un disconoscimento dell’essenza di Dio, che è appunto l’amore, e che desidera manifestarsi nella donazione reciproca dell’uomo e della donna, fatti a sua immagine?
            Il Signore ci chiama a prendere atto di queste tristi realtà, che incombono sulla nostra attuale situazione culturale. Ci chiede di farlo però con animo aperto alla speranza, ossia senza farci pervadere da quel cupo pessimismo, che è l’attività tipica del “grande accusatore” e che  rischia di immiserire la nostra concezione cristiana in sterili atteggiamenti moralistici e scandalistici. Siamo chiamati a dare una testimonianza fascinosa del nostro modo di intendere la sessualità umana, nella consapevolezza che la forza di questa testimonianza, unitamente a quella delle argomentazioni, può rendere un valido servizio all’uomo del nostro tempo.
            La nostra interpretazione della realtà sessuale parte dal riconoscere Dio come la fonte dell’amore, che dona all’uomo una struttura corporea identificabile sessualmente, attraverso cui gli uomini possono vivere nell’amore, realizzando così la loro immagine e somiglianza col Creatore e cooperando con Lui nel trasmettere la vita ad altre creature. In questa visione personalistica, che trova nell’amore la sua essenza più profonda, si collocano dunque le relazioni sessuali tra gli esseri umani. Esse sono relazioni che coinvolgono la persona in tutta la ricchezza del suo essere e che, se vissute in modo autenticamente umano, la fanno crescere nella capacità di amare. Le relazioni sessuali non vissute in questa logica personalistica, e quindi sottratte alla virtù della castità, rischiano invece di ferire profondamente l’uomo e di mortificarne la capacità di slancio oblativo, rinchiudendolo in  un gretto egoismo.
            Il Signore ci chiama a glorificarlo con tutto il nostro essere e in tutto il nostro agire. La sessualità è una dimensione feconda di questa glorificazione di Dio, perché, se è vissuta secondo il suo progetto, riproduce la stessa vita intima del Dio uno e trino, fatta di relazioni interpersonali d’amore, da cui sgorga un’incessante attività creativa e ri-creativa!

L'AMORE DI GESU'

L'AMORE DI GESU' 
 Padre Alberto Pacini


          Vorrei farvi puntare lo sguardo su Gesù crocifisso. Ecco ho portato il crocifisso così possiamo puntare lo sguardo proprio su Gesù.
Leggiamo, meditandolo e pensando a quello che Gesù ha fatto per noi il testo in Fil 2, 6-11:
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
Ecco che cosa il Signore ci ha dato come segno e come sigillo del suo amore: la morte sulla croce del suo Figlio. E come in Adamo noi abbiamo peccato per un atto di superbia, per un atto di indipendenza, per un atto nel quale abbiamo creduto di essere capaci di fare a meno di Dio, ecco che il Signore in Gesù ci insegna la vera ubbidienza. L’uomo ha bisogno di riscoprire proprio questa virtù dell’ubbidienza, dell’umiltà e della sottomissione. Ed è quella che Gesù ha voluto incarnare su di sé in questo gesto di dare la sua vita per la nostra liberazione. Gesù ha preso tutta la nostra umanità. Tutta. Tutta la nostra umanità fatta di ribellione, fatta di superbia, fatta di sofferenza, di dolore, fatta di ingiustizie subite e fatte subire, e ha portato tutto sulla croce.
Gesù non considerò la sua uguaglianza con Dio, l’essere Dio, un tesoro da custodire gelosamente. Pensiamo invece quanto noi vogliamo custodire gelosamente la nostra personalità, il nostro buon nome, la nostra fama. Gesù ha preso tutto questo e lo ha inchiodato sulla croce: il suo buon nome, la sua fama, la sua dignità. Ha spogliato se stesso. Lui, Dio infinito, si è umiliato morendo sulla croce. E’ questo il segno dell’amore di Dio, questa è la firma dell’amore di Dio. Dio avrebbe potuto fare tranquillamente tutto senza coinvolgerci, ma Dio non farà nulla nella tua vita se tu non gli apri il cuore. Colui che ti ha creato senza di te non farà nulla per salvarti senza di te. Allora il Signore ha chiesto la risposta dell’uomo per la nostra salvezza, e gli ha dato un volto umano, lo ha dato al suo Figlio.
Certamente l’uomo da sé non avrebbe mai potuto accettare questo annientamento, ed ecco che allora Dio ha preso l’iniziativa. Dal momento che la nostra fragilità umana ci impediva di ritornare a Dio, è Lui che è entrato nella nostra umanità di peccato, di fragilità, di nulla e si è annientato. E ha preso la nostra umanità su di sé. In questo modo non soltanto Gesù ha fatto tutto per noi, quello che noi non avremmo mai potuto fare, ma ci ha anche dato un esempio, perché anche noi possiamo seguire quella strada. Perché soltanto quella è la strada della vittoria. Questa immagine scandalosa della morte e dell’annientamento è in realtà la vittoria di Dio. Gesù ci insegna proprio questo, questo amore, e ci manifesta l’amore del Padre.
Lc 22, 39-46:
Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
Non è stato certamente facile per Gesù. Noi spesso diciamo: “ma Gesù era Figlio di Dio, e allora ha potuto fare queste cose, ha potuto morire sulla croce per noi”. Ci dimentichiamo che era uomo, oltre che Dio. Il momento doloroso della croce, il momento che preparava quell’evento della croce lo ha vissuto in pieno, come noi viviamo pienamente tutta la nostra sofferenza. Lo ha vissuto in pieno. Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; però non la mia volontà, ma la tua volontà sia fatta. Gesù non era un superuomo, il quale alla Rambo sfida gagliardamente il pericolo e si disinteressa del pericolo in maniera quasi pazza, ma è un uomo profondamente consapevole del dramma di quell’istante. E’ un uomo profondamente uomo, veramente uomo, come noi, in tutto eccetto nel peccato. Ecco perché la sua risposta. Gesù era consapevole, aveva visto tante volte che cosa significasse morire sulla croce. Sapeva quale tipo di sofferenza sarebbe stato morire sulla croce. Ne ha visti tanti agonizzare sulla croce. Talvolta venivano addirittura divorati dalle belve mentre pendevano dalle croci. E sapeva anche che ci sarebbe stato qualche carico ulteriore per lui, perché le potenze del demonio si sarebbero scagliate con una ferocia incredibile su di lui, come di fatto è stato. E siccome Gesù conosceva le scritture, sapeva benissimo dal canto del servo sofferente che non avrebbe avuto più neanche l’aspetto di un uomo, per quanto sarebbe stato sfigurato dai colpi, dalla flagellazione e dalla sofferenza. E anche la sua dignità sarebbe stata completamente calpestata, tutta. Quindi Gesù sapeva benissimo a cosa sarebbe andato incontro. E pur sapendo questo non ha voluto scappare, non ha voluto sfuggire a niente. Ha voluto assaporare tutto. E quando gli hanno offerto da bere l’aloe (l’aloe era una leggera droga che lasciava un certo intontimento) ha rifiutato perché non voleva essere drogato: non voleva non assaporare tutta la sofferenza della croce. Quindi ha voluto essere consapevole fino all’ultimo istante della sua vita. E quella croce che portava, la portava soltanto per amore.
Gesù è la firma di Dio, è il segno, il marchio a fuoco che Dio ha impresso sulla nostra umanità. Dio non soltanto non si è vergognato, non ha avuto ribrezzo della nostra umanità, ma l’ha presa e l’ha ripresa in pieno. Noi siamo figli adottivi, perché il Padre, dopo averci creati a sua immagine e somiglianza, ha riadottato in Gesù noi che ci eravamo allontanati da Lui. E c’è molto più amore in un figlio che viene adottato che non nel figlio del proprio sangue. Ci vuole molto più amore per adottare un figlio, perché non è un figlio che viene dal tuo sangue. Colui che viene dal tuo sangue, colui che viene da te lo ami naturalmente, perché viene da te. Ma colui che tu vai ad adottare e a prendere da un’altra parte richiede molto più amore, perché nel momento in cui magari ti farà disperare non potrai dire: sei sangue del mio sangue. S. Paolo ci parla di figli adottivi proprio per farci capire questo: il Signore ci è andato a cercare dove ci eravamo smarriti e ci ha adottati, riadottati, ripresi nella sua casa. Ha messo tutto l’amore possibile per riprenderci dopo che l’abbiamo rifiutato, rigettato. Gesù è questa strada della riadozione della nostra umanità. Gesù è quest’incontro fra Dio e noi, che ci siamo allontanati da Dio.
Gv 19, 1-3.17.25-30
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi... Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota... Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.
Sono le fasi significative di questa morte sulla croce di Gesù. Gesù muore. Non soltanto in lui non c’è nessuna reazione di ribellione, ma c’è soltanto desiderio di compiere questo disegno d’amore del Padre. Finalmente tutto è compiuto. E chinato il capo rese lo Spirito. In quel momento, quando finalmente tutto è stato compiuto, può dare il dono del suo Spirito. Nel morire Giovanni vede il segno del suo donare lo Spirito: rese lo Spirito. Il Signore in quel suo gesto di amore finale, quello di morire sulla croce, ci dà il suo amore, ce lo dà, lo comunica, anche fisicamente. Giovanni davanti alla croce vede Gesù che esala l’ultimo respiro, e Gesù ricompie quel gesto quando riappare risorto ai suoi apostoli la sera del sabato, alita su di loro e dice: ricevete lo Spirito Santo. Giovanni vede quel gesto e capisce che questo amore di Gesù si compie in pienezza quando Lui ci dona il suo Spirito. E lo fa nel momento in cui muore sulla croce. Muore per compiere in tutto la volontà del Padre. Allora il Signore Gesù fa tutti quei passi che nessuno di noi avrebbe mai potuto fare, per darci la salvezza e per darci la forza di compiere la volontà del Padre. Il Signore Gesù ci ha quindi offerto la salvezza.
Ef 2, 4-10:
Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.
Dio da ricco di misericordia qual era, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per il peccato ci ha fatto rivivere in Cristo. E’ un gesto soltanto dell’amore di Dio, un gesto totalmente gratuito quello di farci rivivere in Cristo, perché noi eravamo morti a causa del peccato. Era morta in noi quella dignità di figli di Dio, era morta la capacità di chiamare Dio: “Padre”. L’amore di Dio non poteva tollerare questo e quindi il Signore in Gesù ci ha ridato la vita, da ricco di misericordia qual era.
Attenzione, è importante una cosa: che siamo salvi per grazia. Siamo stati salvati soltanto per dono gratuito di Dio. Non ci sono opere buone che noi possiamo fare per meritare la salvezza. Ce lo dice S. Paolo molto chiaramente, quando dice: per questa grazia siete salvi, mediante la fede e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio, né dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Io sono bravo, allora Dio mi ama; io faccio le opere buone, perciò Dio mi ama. Sbagliato! Totalmente sbagliato! Io faccio le opere buone solo perché Dio prima mi ha amato. E’ Dio che ha disposto le mie opere buone perché io le facessi. Dice S. Paolo nell’ultimo versetto: siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo. E’ esattamente l’opposto di quello che si insegnava un po’ di tempo fa: tu fai il buono così Dio ti ama. Sbagliato! Non è vero! Nessuno può fare il buono per farsi amare da Dio. Nessuno ci può riuscire. Nessuno può fare un singolo passo verso la salvezza. E’ un dono gratuito di Dio.
Se tu compi delle opere buone, siine grato a Dio, non montare in superbia, perché le puoi fare solo perché Dio ha avuto misericordia di te. Tu ti salverai solo perché Dio ti ama, solo perché Dio gratuitamente ti elargisce il suo amore. Tu puoi procedere in avanti nel cammino della virtù, nel cammino della salvezza, solo perché Dio ti sta chiamando. Noi siamo qui questa sera, non perché ci siamo impegnati, perché siamo stati bravi a venire qui, ma soltanto perché Dio ci ha invitato, soltanto perché Dio ha disposto tutto perché noi arrivassimo qua, soltanto perché Dio ci sta concedendo la grazia di essere qua. Rovesciamo le prospettive, perché nessuno di noi monti in superbia. Siamo salvati per dono e per grazia di Dio. Continuiamo ad esistere e non siamo dannati solo perché Dio ha misericordia di noi e si accorge che nel nostro limite, nella nostra fragilità non possiamo fare assolutamente nulla di buono per ottenere la salvezza.
Se pensiamo diversamente è per ignoranza, è per inganno satanico: Satana è un grande bugiardo, è il menzognero che ci inganna, ci chiude gli occhi. Ha ingannato Adamo e inganna continuamente anche noi. Se nonostante questo inganno straordinariamente forte e prepotente noi continuiamo a compiere opere buone è solo perché Dio ci ama, solo perché il suo amore è molto più forte dell’inganno satanico, solo perché il suo amore è più forte della nostra superbia, solo perché il suo amore è più forte della nostra ribellione. E nel momento in cui cadiamo è soltanto perché Dio ci fa vedere che cosa noi siamo in grado di fare con le nostre forze. Nel momento in cui diciamo: io ce la voglio fare per conto mio, è esattamente quello il momento in cui caschiamo per terra. Nel momento in cui ci rivolgiamo a Gesù, ecco che il Signore ci tira fuori dal fango, ecco che il Signore ci libera dalla schiavitù. Allora impariamo a rivolgerci a Gesù istante per istante della nostra vita, perché non c’è altra speranza. Non possiamo farcela da soli.
1 Gv 1, 8-10:
Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.
E’ un altro passo importante: se diciamo che siamo senza peccato inganniamo noi stessi: guarda come sono bravo, guarda come riesco a fare il bravo, come riesco a fare a meno di Dio. Già sei fuori strada, sei nell’inganno: inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Nel momento in cui riconosciamo i nostri peccati, in quel momento il Signore ci può salvare, in quel momento il Signore può agire in noi. E’ questo il senso di quell’altra parola in cui il Signore dice: mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui. Il tuo avversario chi è? Satana. Mettiti d’accordo con lui. Satana è colui che accusa gli eletti di Dio davanti a Dio giorno e notte, e li accusa a ragione. Satana nell’accusarci ha ragione, perché è lui che causa, che istiga i nostri peccati. Nel momento in cui diciamo: no, non è vero quello che dici, allora facciamo di Gesù un ingannatore, perché è Satana che ha causato i nostri peccati, è Satana che ci ha ingannati. Nel momento in cui riconosciamo che lui ci ha fatto cadere, quindi riconosciamo il nostro peccato, allora Gesù può fare qualche cosa per noi. Se riconosciamo i nostri peccati, Egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati.
Abbiamo un avvocato presso il Padre: Cristo Gesù, il quale intercede per noi. Quindi nel momento in cui noi riconosciamo il nostro peccato e chiediamo la misericordia, ecco che Gesù può agire e intercede per noi presso il Padre, può difenderci. Se tu non racconti la verità al tuo avvocato, in tribunale non potrà fare gran cosa; se dici le bugie al tuo avvocato, ti sei messo nei guai da solo. Allora riconosci il tuo peccato, sii sincero con il Signore Gesù. Riconosci il tuo peccato e Gesù potrà difenderti, Gesù potrà combattere efficacemente l’accusatore, Satana. Gesù è colui che ci ottiene la salvezza, colui che ci difende, colui che intercede per noi, colui che con il dono del suo Spirito ci dà modo di seguirlo. Vedete che è tutta iniziativa di Dio. Da parte nostra c’è soltanto di dire: si, di essere sinceri, aperti.
Ap 3,20:
Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.
Allora da parte nostra c’è soltanto questo da fare: aprire la porta al Signore. Il Signore non ci chiede di fare dei passi verso di lui, perché sa che non lo possiamo fare; ci chiede solo di aprire la porta del nostro cuore. Il Papa ci disse: spalancate le porte a Cristo. Dobbiamo fare solo questo, non dobbiamo fare altro: aprire la porta del nostro cuore all’amore di Dio.
Mt 19, 25-26:
A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?». E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Nessuno di noi si può salvare da solo. Nessuno. L’uomo non può fare nulla in ordine a ottenere la salvezza, non può fare nulla. Non possiamo fare nulla per ottenere per noi stessi la salvezza. E’ dono gratuito di Dio. Gratuito. Il Signore ha le mani piene di doni verso di noi, regali gratuiti. Non dobbiamo guadagnarceli, non dobbiamo pagare niente per averli, sono là gratuiti. Semplicemente dobbiamo attingere a questo doni che Dio ci dà assolutamente gratuitamente. Nessuno può guadagnarsi la salvezza, nessuno si può salvare. E’ Dio che dà la salvezza, perché ti ama.
Ecco perché il Signore aspetta pazientemente, chissà quanti anni, che il malvagio continui a compiere opere malvagie. Ma perché non lo fulmina? Ma non hai capito che lo ama? E non hai capito che ama anche te, con tutta la tua malvagità. Non crederai mica di essere meglio dell’altro, soltanto perché non vedi i tuoi peccati? Ricordatevi la famosa favola che diceva che noi siamo stati creati da Dio avendo due sacchetti, uno davanti con i difetti degli altri e uno di dietro con i nostri difetti. Ecco perché vediamo tutti i difetti degli altri e li possiamo anche criticare, mentre non vediamo i nostri difetti dentro al sacchetto che abbiamo sulla schiena. Allora non ti accorgi dei tuoi difetti, ma ce n’è, e quanti! E forse non ti basta un sacchetto, ci vuole un carretto per portarli appresso. Ma non te ne accorgi. Allora non guardare all’altro.
In Kenya si dice che quando punti il dito verso uno, ce ne hai tre che puntano verso di te. Che cosa vuole dire questo? Vuole dire che il Signore ama il peccatore e gli dà tempo. E più sei peccatore più ti darà tempo. Ma non lo sprecare questo tempo, non sfidare la misericordia di Dio. Ecco perché sembra che il giusto abbia una vita più breve. A volte è così: se leggiamo il libro della Sapienza (cap. 3), il Signore ci dice proprio questo, che appena il giusto è arrivato alla perfezione, lo coglie perché non si contamini stando in mezzo agli empi. Ecco perché le persone “buone” campano di meno, la loro vita è più breve. Più si è santi e più la vita è breve. Perché il Signore ti ha dato quella perfezione, quella maturità che ti permette di entrare nella vita eterna. Il peccatore ha una vita lunga e se potesse campare 150.000 anni, il Signore glieli farebbe campare tutti, pur di ottenergli la salvezza, perché Dio ci ama. Dio ci ama e vuole salvare tutti. Se cominciasse a fulminare quelli che non lo seguono, che commettono peccati, la terra sarebbe spopolata, deserta, a cominciare dai presenti, me per primo. Quindi è soltanto la sua misericordia, il suo amore che ci dà modo di essere salvati. Ed è Gesù che intercede.
Ricordiamoci la parabola del padrone del campo e del fico sterile: il padrone del campo dice al suo fattore: ma taglia quest’albero, perché deve sfruttare il terreno? E il fattore gli risponde: abbi pazienza ancora un anno. Questo è Gesù che intercede per noi presso il Padre e dice: abbi pazienza ancora un anno affinché zappi intorno, lo concimi e finalmente porterà frutto. Forse il prossimo anno... e forse questo prossimo anno non arriva, neanche tra dieci anni, neanche tra cinquant’anni. Ma Gesù continua a lavorare il terreno della nostra vita perché possiamo trovare almeno un frutticino piccolo così, per avere la vita eterna. Perché il Signore ci vuole salvare a tutti i costi. La nostra vita è preziosa agli occhi di Dio. Il Signore ci ama uno per uno.
Col 2, 12-14:
Con lui siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati e per l'incirconcisione della vostra carne, perdonandoci tutti i peccati, annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce;
Noi eravamo condannati e c’era il documento della nostra condanna, ma Gesù ha preso questo documento della nostra condanna e lo ha inchiodato sulla croce. Ecco che cosa ha fatto il Signore in Gesù. Quindi in Gesù noi abbiamo il volto misericordioso di Dio, il volto dell’amore di Dio. Avremmo potuto sentirci dire: io ti amo, ma nel momento in cui il Signore ci mostra la misura del suo amore nella morte di Gesù questa parola è visibile, ed è ancora più credibile: la vediamo. Vediamo in Gesù quanto Dio ci ama. Allora vogliamo ringraziare il Signore quest’oggi proprio per questo amore gratuito che Gesù ci ha dato, che Gesù ci ha offerto. Vogliamo ringraziare il Padre perché in Gesù noi siamo salvati.
Signore Gesù ti ringraziamo per il tuo amore, nella tua infinita dignità di Figlio di Dio hai preso la nostra umanità, ci hai dato tutto e hai fatto tutto perché noi potessimo essere salvati. Signore Gesù, apri il nostro cuore perché nella nostra durezza possiamo accogliere la tua bontà misericordiosa, possiamo ricevere il dono del tuo Santo Spirito ed essere salvati, tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

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