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giovedì 15 marzo 2012

IL CENTURIONE




Il giorno era iniziato come centinaia di altri, senza onore e senza gloria. Il centurione romano non sapeva ciò che lo attendeva. Egli era li. Semplicemente per obbedire ad un ordine.
Uomo folle, senza scrupoli e sadico!! Il suo lavoro gli aveva causato una forma di pazzia ed anestetizzato i suoi sensi.

Forse il processo di morte interiore era iniziato molto tempo prima con le morti violente a cui si era dovuto abituare.

Egli aveva dovuto metter a morte la propria coscienza già tempo prima e tra un grido, uno sputo e gli atroci dolori dei condannati, aveva imparato a sorseggiare qualche bicchiere di vino per sfuggire al macabro spettacolo.
Egli non poteva immaginare che un terremoto stesse per sconvolgere le sue fondamenta.

Essere in Giudea, era già di per sé un male, ma passare interi pomeriggi infuocati su quella collina rocciosa a fare la guardia a ladri, assassini, malfattori e folli morenti era l’inferno!


Uno spettacolo orribile fatto di imprecazioni, maledizioni, urla disumane, disperazione, vendetta, sudore e fiumi di sangue. Metà della folla accorsa per gustare il raccapricciante spettacolo che i gentili romani offrivano sovente, scherniva, provocava ed accusava gli uomini in croce; l’altra metà piangeva.
Quel venerdì non fu immerso nel silenzio e nello stupore di oggi, ma nello schiamazzo furibondo di uomini rabbiosi e sadici attirati dal sangue come i pescicani e dal dolore lancinante di pochi amici o parenti di quei tre crocifissi. Anche se era il venerdì santo, quel giorno fu un venerdì maledetto. I soldati grugnivano come cani; i sacerdoti davano ordini e capeggiavano gli scherni.

Quello del centurione era davvero un lavoro ingrato in una terra eccentrica. Non vedeva l’ora che la giornata finisse ancor prima che cominciasse.

Era incuriosito per l’attenzione riservata a questo villano scalzo e, mentre leggeva la scritta che sarebbe stata affissa in cima al palo verticale del condannato, che per lui era semplicemente uno dei tanti, gli veniva da ridere. Già, che ne sapeva il soldato che quello era Gesù che noi adoriamo e riconosciamo Re e Signore, non di Roma e nemmeno di Israele, ma dell’Universo intero? Un re non dovrebbe sedere su quel tipo di trono ed essere destinato ad una simile fine!! Si doveva trattare di un povero diavolo, semmai!
Il condannato sembrava tutto tranne che il capo di una nazione; egli appariva in tutto uguale alle centinaia di altri che aveva visto morire in quel modo. Il suo volto era pieno di lividi, gonfiori, ferite e ricoperto da una maschera di sangue raggrumato. Le spalle mostravano le ossa perché grandi pezzi di pelle erano saltati a seguito della flagellazione. Lo sguardo era basso e, nonostante il dolore che doveva provare e l’asfissia che lo faceva svenire, quel condannato appariva impermeabile alle grida ed alle ingiurie. “Un innocuo bifolco di provincia” farfugliò il centurione. “Cosa avrà mai fatto di male costui per suscitare tanta rabbia?”

Allora, Gesù sollevò la testa. Non appariva arrabbiato. Non era agitato. Il suo sguardo profondo era stranamente calmo mentre osservava tutto e tutti da dietro la maschera di sangue. Egli guardava quelli che lo conoscevano, osservandoli lentamente e deliberatamente uno ad uno nel volto come se avesse una parola per ciascuno.

Solo per un istante i suoi occhi si posarono anche sul centurione e per un istante gli occhi del centurione incontrarono lo sguardo più puro che avesse mai visto. Egli non sapeva cosa quello sguardo significasse. Ma quello sguardo lo spinse ad inghiottire e gli fece avvertire un vuoto allo stomaco. Mentre osservava il suo sottomesso afferrare il Nazareno per scagliarlo a terra con violenza gratuita e non richiesta, egli ebbe la sensazione che quello non sarebbe stato un giorno normale come gli altri.


Mentre le ore scorrevano, il centurione si trovò ad osservare sempre più spesso il condannato della croce che era posta al centro. Egli non sapeva come gestire il silenzio del Nazzareno. Non gli era mai accaduta una cosa simile. Un condannato che soffriva le pene dell’inferno ….. nel silenzio. Egli non sapeva come rispondere alla gentilezza di quella maceria d’uomo.


Ma, più di ogni altra cosa, era quel buio a preoccuparlo. Egli non sapeva come spiegarsi quel cielo buio a mezzogiorno. Nessuno riusciva a dare una spiegazione….. e, a dire il vero, nessuno si azzardava a darne. Un minuto c’era il sole e, un minuto dopo, era notte. Un minuto la temperatura era come infuocata ed il minuto successivo, l’aria era fredda come di sera. Persino i sacerdoti furono silenziati da questo strano fenomeno.

Il centurione si mise a lungo a sedere su una pietra rimanendo a fissare quelle tre figure allungate che pendevano verso il basso. Le teste penzolavano chinate in avanti e solo occasionalmente si rotolavano da una parte all’altra.

Sui beffardi era sceso un velo di silenzio ….. un silenzio lugubre. Quelli che avevano pianto, ora erano in attesa.

Improvvisamente la testa di centro cessò di sobbalzare. Si levò diritta. I suoi occhi si aprirono in un lampo che lasciò intravedere il bianco. Un ruggito tagliò il silenzio. “Tutto è compiuto!” (Gv 19,30). Non si trattò di un urlo. Non era definibile come un grido. No, si trattava di un ruggito, il ruggito di un leone. Il centurione non sapeva da quale mondo provenisse quel ruggito che aveva dominato l’atmosfera, ma certamente non da questo.

Il centurione si alzò dalla roccia e fece qualche passo verso il Nazareno e, quando fu più vicino, vide Gesù che fissava il cielo. C’era qualcosa in quegli occhi che il soldato doveva assolutamente vedere. Ma dopo qualche passo, egli cadde. Si rialzò e cadde nuovamente. La terra si era messa a tremare prima gentilmente ed ora sempre più violentemente. Cercò ancora di camminare in direzione del Nazareno; riuscì ad avvicinarsi un poco ma cadde di nuovo….. ai piedi della croce.


Alzò lo sguardo verso quel corpo che penzolava sopra di lui e fissò lo sguardo su quello dell’uomo sanguinante ormai prossimo alla morte. Il Re guardò in giù verso il vecchio, indurito centurione. Le mani di Gesù erano legate al palo orizzontale sul quale i polsi erano stati inchiodati; non poteva stenderle. Anche le caviglie erano trapassate da lunghi chiodi e non potevano camminare verso di lui. La testa era appesantita per il dolore e riusciva a mala pena a muoverla. Ma i suoi occhi…. Io li ho visti… erano di fuoco! Ardenti di fuco inestinguibile. Erano gli occhi di Dio.


Forse fu proprio ciò che spinse il centurione a dire ciò che disse. Egli aveva appena visto gli occhi di Dio. Egli aveva visto gli stessi occhi che una adultera mezza nuda a Gerusalemme, una divorziata senza amici in Samaria e un Lazzaro morto da quattro giorni al cimitero avevano incrociato prima di lui. Gli stessi occhi che non si erano chiusi davanti alla futilità umana, che non si erano voltati mai davanti al fallimento dell’uomo e che non si erano chiusi davanti alla morte di nessuno.

“È tutto in ordine”, dissero gli occhi di Dio. “Ho attraversato una grande tempesta, ma è ancora tutto in ordine”.


Le convinzioni del centurione cominciarono a fluire come un fiume in piena. “Questo uomo non è affatto un carpentiere!”, ripeteva a se stesso muovendo le labbra. “Costui non è un villano. Egli non è neppure un uomo come gli altri”.

Si alzò e guardò attorno le rocce che si erano staccate ed il cielo che si era fatto cupo. Si voltò e guardò in faccia i soldati che fissavano immobili il loro sguardo su Gesù.; poi, si voltò di nuovo e vide gli occhi di Gesù rivolti verso l’alto che guardavano come verso casa. Egli ascoltò quelle labbra aprirsi e quella lingua ingrossata parlare per l’ultima volta.

“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

Se non lo avesse detto il centurione, certamente lo avrebbero fatto i soldati. Se il centurione avesse taciuto, lo avrebbero gridato quelle rocce. Ma egli pronunciò quelle meravigliose parole che spettarono ad un estraneo, un cane romano il quale ebbe il compito di attestare ciò che tutti loro sapevano.

“Costui era davvero il Figlio di Dio!” (Mt 27,54). E così, in quel giorno, un ladrone pentito e il suo aguzzino furono i primi ad entrare nel Regno dei cieli. Un malfattore, probabilmente giudeo ed un soldato di Roma, un gentile
.
Gesù era davvero il Salvatore di Israele e delle Nazioni. Il Salvatore dei Giudei e dei Gentili.

Marco cicoletti 


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