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giovedì 31 maggio 2012

Apostolato e preghiera



 
L'APOSTOLO UOMO DI PREGHIERA

Nei vigneti, i tralci non ricevono dai pali né dai fili di ferro la linfa che li tiene vivi e fa produrre frutto; ma la ricevono dalla vite che li ha prodotti.
Così gli apostoli ricevono la grazia interna per loro stessi e per i fedeli, non dalle opere esterne, ma da Gesù Cristo che nel Vangelo si proclama la vera vite. (Gv 15,1)
L'apostolo poi riceve tanto più abbondante la grazia interna per sé e per i fedeli, quanto più è unito alla vite cioè al Signore.
La vera efficienza dell'apostolato consiste nella vita interiore; e tale efficienza è data alle opere apostoliche soprattutto dalla preghiera e dalla frequenza ai S.S. Sacramenti, dalla pura e retta intenzione con la quale si esercitano, dalle virtù soprannaturali, dallo zelo, umiltà, obbedienza allo spirito di evangelica povertà e sacrificio.
È cosa certa che l'apostolato così compreso non proviene da un impulso puramente naturale all'azione, ma è frutto di una solida formazione interiore; è la necessaria espansione di un amore interno a Gesù Cristo e alle anime, redente dal suo sangue prezioso, che si attua nello studio di imitare la sua vita di preghiera, di sacrificio, di zelo inestinguibile.
Anni orsono una rivista per il clero indisse un referendum fra i fedeli; la prima domanda dei quale diceva: "Perché il sacerdote oggi è incompreso da tanti fedeli?"
Si ebbero diverse risposte, ma l'elemento da tutti sottolineato fu " la necessità di un clero santo" S. Giovanni Calabria riferisce la seguente testimonianza di una studentessa: "il prete deve dimostrare Dio. Bisogna che noi costatiamo che egli vive certamente di Dio; allora per l'ateo, Dio, che era impossibile, diventa possibile. Non si può non essere turbati, sconcertati da un prete che è realmente un testimone di Dio. Ad un prete la mediocrità non si perdona". E quindi il Santo commenta " L'attesa di una santità proporzionata ai bisogni eccezionali dell'ora è più diffusa di quanto non si creda. La delusione, il vuoto che tormenta tante anime, si traduce in un desiderio di carità e di amore. che abbia le radici in realtà soprannaturali, perché sembra che il mondo sia stanco di tutto e di tutti. Solo che affiori qualche cosa che abbia sapore di santità e di soprannaturale, voi vedete sprigionarsi un interessamento singolare che contrasta con lo stesso materialismo prevalente.
Il dotto e pio teologo Hurter S. J., Dopo aver esposto la dottrina della grazia attuale interna aggiunge: " Ne segue un corollario pratico molto importante. Da questa verità si spiega infatti come spesso, celeberrimi predicatori, riportino grande applauso per i loro discorsi, ma pochissimo frutto, mentre invece uomini semplici e senza istruzione, ma santi, con discorsi molto semplici, conseguono la conversione di molti peccatori. Infatti ottengono da Dio, con i meriti della loro vita santa, con molte incessanti preghiere e lacrime, abbondante grazia interna per i loro ascoltatori, che rende la grazia esterna della predicazione atta ed efficace alla salvezza. Da ciò si vede con chiarezza di quanta importanza sia per l'apostolato, l'esercizio della mortificazione e della preghiera.
L'apostolo deve quindi essere un uomo di orazione.
S. Giuseppe Cafasso ci spiega questa affermazione così: "Uomo di orazione vuoi dire un uomo che si è dato che si è consacrato alla preghiera, non soltanto di nome ma che di essa ne fa la continua e giornaliera sua occupazione; i suoi pensieri, i suoi discorsi, le operazioni sue tutte sono dirette alla preghiera".
Se l'apostolo pratica intensamente la preghiera e diventa uomo di preghiera, avrà la forza di acquistare le, altre virtù di cui abbiamo fatto menzione prima.
Papa Pio XII in una esortazione al clero cattolico, insisteva molto sulla preghiera in particolare su quella forma di essa che comunemente si chiama meditazione quotidiana infatti diceva: "Come lo stimolo alla perfezione sacerdotale è alimentato e rinforzato dalla meditazione quotidiana, così dal trascurare questa pratica trae origine la tiepidezza dello spirito, per cui la pietà diminuisce e langue, e non soltanto cessa o è ritardato l'impulso alla santificazione personale, ma tutto il ministero sacerdotale soffre non lievi danni. Perciò si deve con fondamento asserire che nessun altro mezzo ha l'efficacia particolare della meditazione e che la pratica quotidiana di essa è insostituibile... Dall'orazione mentale non sia poi disgiunta l'orazione vocale e le altre forme di preghiera privata che nella particolare condizione di ciascuno giovino ad attuare l'unione dell'anima con Dio. Si deve tener presente che più che le molteplici preghiere vale la pietà e il vero e ardente spirito di orazione.
Questo ardente spirito di orazione, se mai in altri tempi, oggi specialmente è necessario, quando il così detto "naturalismo" ha invaso le menti e gli animi e la virtù è esposta a pericoli di ogni genere, pericoli che talvolta si incontrano nell'esercizio dello stesso ministero. Che cosa vi potrà meglio premunire da queste insidie. che cosa potrà meglio elevare l'anima alle cose celesti e tenerla unita con Dio che l'assidua preghiera e l'invocazione dei divino aiuto?
In un altro documento il medesimo Sommo Pontefice diceva: "La forza irresistibile di ogni genere di apostolato cristiano è la pietà, di cui ha detto S. Paolo che "è utile a tutto, ed ha la promessa della vita presente e di quella futura" (I Timoteo 4,8).
La pietà è essa stessa il primo, il grande apostolato nella Chiesa di Gesù Cristo; e chi pretendesse, in omaggio all'attività esteriore, di ridurre il culto, o di averla in minore considerazione, mostrerebbe scarsa o nessuna intelligenza dell'essenza dei Cristianesimo, dei suo nucleo sostanziale, che è l'unione dell'anima con Dio nell'amore fattivo ed obbediente" (Allocuzione ai cooperatori salesiani 1952)
S. Bernardo scrivendo al B. Eugenio III papa, suo discepolo, lo avverte con schiettezza che nemmeno il governo della S. Chiesa lo deve distogliere dall'unione con Dio ne gli deve rubare il tempo dell'orazione.
Altrimenti le stesse occupazioni pontificali sarebbero una maledizione, una perdita di tempo, un lavoro da stolti, uno svuotarsi della grazia; per i fedeli egli non tesserebbe che tele di ragno e per parte sua arriverebbe alla durezza di cuore e senza un miracolo della misericordia di Dio alla dannazione eterna. (De Considerazione libro I cap. 2). Il lavoro apostolico non accompagnato dalla preghiera, dalla vita interiore, riesce sterile, perdi gli apostoli, e può giungere a trasformarli in emissari di Satana a dannazione di molte anime. La mancanza di preghiera e di santità negli apostoli dei suoi tempi strappava al cuore dei dottore S. Bernardo questo doloroso lamento: "Pochi sono tra loro quelli che non nuocciono, e pochissimi quelli che giovano".
L'austero S. Paolo della Croce fondatore dei Passionisti dice così: "La vera vita apostolica consiste nell'azione per le anime e nella continua orazione... Senza orazione i missionari saranno più atti a distruggere che ad edificare; più ad ammorbare il prossimo coi cattivo odore delle loro imperfezioni che a profumarli coi buon odore delle foro cristiane e religiose virtù" (Vox Patris - Massime spirituali - Torino 1949). "Chi abbandona l'orazione è abbandonato da Dio" diceva S. Vincenzo de Paoli.
In una lettera dei 1650 scriveva: "La grazia della fedeltà alla vocazione dipende dalla preghiera, e la grazia della preghiera da quello della fedeltà all'ora della levata mattutina" - S. Clemente Maria Hofbauer (redentorista) affermava: "Gli apostoli che non pregano, pur passando la loro vita in mezzo a cose sante, come le prediche, l'amministrazione dei Sacramenti, i catechismi ecc., invece di convertire gli altri, diventano demoni essi stessi e si dannano".
Quindi non fa meraviglia quanto afferma autoritativamente il P. Baldassarre Alvarez, direttore di S. Teresa d'Avila: "L'apostolo tanto vale quanto prega".
L'esempio del Divin Maestro e dei santi
Mai nessun santo incominciando dal Divin Redentore e dai Santi Apostoli da Lui formati nell'apostolato, sostituì la preghiera coi lavoro, e trasse pretesto dalle molte occupazioni per diminuire l'orazione, ancor meno per lasciarla.
Il Vangelo di S. Luca (6,12) dice: "Passava la notte pregando Dio". Gli apostoli insegnano che la preghiera deve sempre procedere, in ordine sia di tempo che di importanza, ogni altra attività, perfino la predicazione e l'amministrazione dei Sacramenti. Si legge nella vita di S. Domenico di Guzman che il santo si angustiava perché non raccoglieva frutti più abbondanti dalle anime che evangelizzava.
E un giorno la verità gli colpì il cuore: "Tu semini ma non irrighi". Il santo comprese e accrebbe la sua preghiera; l'efficacia apostolica fu diversa. Non contenti di pregare loro, insistentemente i santi chiedono abbondanti e continue preghiere anche agli altri, perché Dio fecondi il loro apostolato. Quante volte e con quale insistenza S. Paolo in tutte le sue lettere domanda preghiere ai fedeli perché Dio fecondi il suo lavoro ! I Santi più attivi e che hanno fatto più di tutti per Dio e per le anime non hanno mai fatto economia di orazione Quanto fu vasto e profondo l'apostolato di S. Francesco d'Assisi Ma egli dava tanto tempo alla preghiera che di lui scrive Tommaso da Celano: "Non era più un uomo che pregava, ma un uomo diventato orazione".
Anche Sant'Ignazio di Loyola, dal giorno della sua conversione, fu un uomo di preghiera E a misura che passavano i giorni, Gesù Cristo gli era sempre più presente. Divenuto sacerdote, fondatore e generale di un ordine religioso, pressato da mille impegni, il suo spirito di orazione crebbe e si avviò a tal segno che "Alla meditazione consacrava, anche da generale, con grande premura parecchie ore al giorno". S. Sofia Barat, fondatrice e superiora generale di una importante congregazione religiosa scriveva ad una superiora: "Quando si sa regolare il tempo, se ne trova molto di più di quello che si crede io che ho tanto da fare, ogni giorno riesco a dedicare sei o sette ore all'orazione".
Il servo di Dio P. Giovanni Roothaan, divenuto generale della Compagnia di Gesù, faceva un'ora di meditazione in più di quella prescritta agli altri religiosi, protraeva più a lungo le pratiche di pietà, specie la recita dell'Ufficio divino.
Il P. de Ravignan gesuita, grande apostolo e predicatore parlando ai seminaristi disse: "Cari amici credetemi, credete alla mia esperienza acquistata in trent'anni di ministero: io affermo che tutte le delusioni, miserie, colpe, peccati, anzi le crisi più tragiche che fanno deviare dal retto sentiero, derivano da un'unica causa: dalla mancanza di perseveranza nella preghiera. Vivete una vita di preghiera, imparate a trasformare e cambiare tutto in preghiera, i vostri dolori, le vostre difficoltà e ogni tentazione che voi potete incontrareÖ"
L'apostolo deve pregare molto anche per gli altri.
La Sacra Scrittura ci esorta a pregare per gli altri. S. Giovanni evangelista ci dice: "Chi sa che il proprio fratello commette peccato chieda e sarà data la vita a quello che pecca" (1 Gv 5,16). S. Giacomo: "Pregate l'uno per l'altro per essere salvi Gc 5,16 ). In modo speciale è forte la parola di S. Paolo: " Ti esorto prima di tutto a far preghiere, suppliche, invocazioni, azioni di grazie per tutti gli uomini;... questo è bello ed accetto al cospetto di Dio Salvatore nostro, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino, e pervengano al riconoscimento della verità", (1 Tm 2,1).
S. Ambrogio afferma che i sacerdoti devono pregare giorno e notte per il popolo che è loro affidato. S. Bernardo nel "De Considerazione" (lib. 4, cap. 4) dice al Papa B. Eugenio III: "Scegli per il sacerdozio coloro che hanno familiare la preghiera e che in ogni cosa confidano più in essa che nella propria sagacia e attività".
Citiamo un esempio di ciò che può fare la preghiera di un apostolo. L'austero fondatore dei Passionisti, S. Paolo della Croce, aveva predicato la s. missione in una parrocchia della diocesi di Città della Pieve. Ma la missione non riuscì e si chiuse in un vero fallimento. Per la predica di chiusura e di addio il santo salì sul palco, ma non maledisse il popolo, non imprecò fulmini e vendette sui peccatori ostinati Invece si inginocchiò con grande umiltà davanti all'uditorio e disse: "La santa missione è fallita, ma la colpa non è vostra; è mia. Se fosse venuto tra voi un missionario più santo, non un gran peccatore come me, se io avessi maggiormente pregato e fatta più penitenza, voi vi sareste convertiti. La colpa è mia e ve ne chiedo perdono. Ma cercherò di riparare i miei peccati ed il male che vi ho fatto. Di ritorno al mio convento-ritiro pregherò e farò penitenza per implorare dal Signore che vi mandi un missionario più santo, che vi converta dai vostri peccati e vi conduca tutti in paradiso".
Qualche tempo dopo si trovava raccolto in chiesa. E un grande crocifisso esposto alla pubblica venerazione, a vista di tutti, effuse gran copia di sangue dalle sue piaghe. E tutti alla vista di quel prodigio, ravvisarono nel crocifisso il missionario più santo, loro implorato dalle lacrime e dalle penitenze di S. Paolo della Croce, e si convertirono.
La B. Filippina Duchesne (morta nel 1852 negli Stati Uniti d'America) divenuta inabile ad ogni lavoro passa tutta la giornata pregando. Gli indigeni la chiamano "la donna che prega sempre". E proprio allora la vita cristiana fiorisce tra i poveri pellirossa a tal segno, che rivivono i fervori dei primi cristiani.
Per animare l'apostolo contro le difficoltà che incontra nel non vedere coi propri occhi qualche volta il frutto delle sue preghiere, riportiamo le parole di Pio XII nel discorso che tenne agli sposi nel 1941: "Pia, perseverante, soprannaturale la preghiera che farete per voi stessi essa sarà sempre esaudita assicura S. Tommaso (2a 2 a, q. 83 art. 15 ad 2), ma per gli altri, per quelle anime la cui salvezza vi è così cara, la cui compagnia sperate e bramate della felicità celeste, anime di sposo, di sposa, di figlio, di figlia, di padre, di madre, di amici, di conoscenti? Che vale per loro la nostra preghiera? Che fa al trono di Dio? Qui senza dubbio, interviene quella terribile possibilità inerente al libero arbitrio dell'uomo, di resistere alle grazie multiformi e potenti che le vostre preghiere avranno ottenute a quelle anime, ma i misteri infiniti dell'onnipotente misericordia di Dio vincono ogni nostro pensiero e permettono a tutte le madri di applicare a se stesse le parole di un pio vescovo a S. Monica che implorava il suo aiuto e versava lacrime davanti a lui per la conversione dei suo figlio Agostino. Non può essere che un figlio di queste lacrime vada perduto.
E quand'anche non vi fosse dato di vedere in questa vita con i vostri occhi il trionfo della grazia nelle anime per le quali avete pregato e pianto a lungo, il vostro cuore mai dovrebbe rinunciare alla ferma speranza che in quei misteriosi istanti in cui nel silenzio dell'agonia di un morente, il Creatore si prepara a chiamare a sé l'anima, opera delle sue mani, l'immenso amor suo non abbia al fin riportato, lungi dai vostri sguardi quella vittoria per la quale la vostra riconoscenza lo benedirà lassù in eterno".
S. Claudio de la Colombiere dice che solo dopo sedici anni di preghiere e lacrime S. Monica ottenne la conversione dei figlio Agostino e che conversione e che penitenza! Non poteva nemmeno immaginare
Un'utile osservazione
Dopo quello che si è detto sulla necessità della vita di preghiera nell'apostolo, stiamo sempre attenti al più grave dei pericoli, per ogni anima che si occupa della salvezza dei prossimo, cioè che il lavoro esterno assorba lentamente tutte le energie, così che alla fine si abbandoni la vita interiore, la preghiera.
In un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale, si trova assieme un grosso gruppo di sacerdoti e di religiosi proveniente da diverse nazioni.
Per impiegare il tempo utilmente tenevano fra loro delle conferenze su diversi argomenti.
Un giorno l'argomento della conferenza era il seguente: Qual è oggi per un apostolo il più grave pericolo? La conclusione fu: La febbre dell'attività esterna, la così detta eresia dell'azione. È questa febbre che mina, e spegne lentamente lo spirito di preghiera nell'apostolo. Lo stesso pericolo lo avvertiva S. Giovanni Calabria che scriveva così: "Si incontrano confratelli sacerdoti pronti a qualsiasi sacrificio per le opere, disposti a fare il giro dei mondo, ma non disposti, almeno in pratica, a rimanere un'ora su un inginocchiatoio, davanti al tabernacolo per pregare, meditare e esaminarsi. "Non potete vegliare un'ora con me". Qui è la tragedia di molte vite sacerdotali".


Tolto e riassunto da: P. M. Corti S.J., Vivere in grazia, Milano: Selecta, 1955


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mercoledì 30 maggio 2012

Accoglimi, o Dio, in te mi rifugio


  Accoglimi, o Dio, in Te mi rifugio.
Ho scelto la tua via voglio seguirti.
Ma faccio presto a stancarmi allora mi scoraggio.
In questi momenti, mi vien voglia di scegliere le strade più facili:
fare le cose tanto per farle,
disinteressarmi degli altri,
accontentarmi di un bel vestito
o di un bel paio dì scarpe,
gironzolare per ore
masticando gomme e leccando gelati.
Accoglimi, Dio, in Te mi rifugio.
Non voglio vivere al lumicino
quando tu mi hai dato energie per essere un faro.
Accoglimi, Dio!
Come un bambino nel seno di sua madre,
mi rifugio in Te.
In Te, che sei mio padre e mia madre;
buono e forte; misericordioso e potente.
Accoglimi, o Dio, in Te mi rifugio.

(Tonino Lasconi)

Il decalogo della gioia



1. «Nessuno è felice come Dio e nessuno fa felice come Dio» (sant'Agostino).
2. Dio è la fonte della felicità infinita.
3. La gioia è un dono e una conquista.
4. La gioia vera è frutto di un amore vero.
5. La gioia cresce donandola.
6. La gioia è il nutrimento del cuore.
7. Solo chi è sincero può essere felice.
8. Tanto più si prega, tanto più si è nella gioia.
9. Per avere la gioia bisogna volerla donare.
10. Solo un cuore puro può gioire sempre di più.


(Mario Foradini, rivista Il Cenacolo 10/2001)

domenica 27 maggio 2012

Ricevere lo Spirito Santo



Ricevere lo Spirito Santo


Pentecoste è la festa del dono dello Spirito Santo alla Chiesa. Gustiamone la presenza, scopriamone la bellezza.

Ci è stato donato lo Spirito Santo. Chi è lo Spirito Santo? Qualcuno lo definisce il grande sconosciuto, forse perché è Colui che meno riusciamo a immaginare e a rappresentarci. Ma non è un peccato che Costui rimanga così lontano dalla nostra vita di fede? Non è una ricchezza che purtroppo non gustiamo?

Se riusciamo a comprendere un po' di più chi è lo Spirito Santo, la nostra vita cristiana diventerà più autentica, e certamente più bella.

Nei discorsi dell'ultima cena Gesù aveva detto ai suoi: "E' bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore". Gesù collega la venuta dello Spirito con la sua partenza. Ma non è una partenza qualunque: Gesù se ne va donando la vita! Dunque la venuta dello Spirito è legata al dono dello vita di Gesù per noi.

E infatti, qual è l'ultimo gesto di Gesù sulla croce? L'evangelista Giovanni dice che: "chinato il capo emise lo Spirito". Lo rese disponibile per i credenti, dono nuovo della Pasqua.

E il primo gesto del Risorto è questo: Apparendo ai discepoli nel cenacolo Gesù "alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo".

Lo Spirito Santo è la terza persona della Santissima Trinità, e scaturisce dall'amore del Padre verso il Figlio e dal Figlio verso il Padre. E' Dio, come il Padre e il Figlio. E dato dal Figlio per riunire genti di ogni lingua e di ogni età in un solo popolo rendendoli figli e santi in Dio. Assiste la Chiesa e la guida nella sua missione perché sia segno e strumento di salvezza per tutti gli uomini.

Lo Spirito che riceviamo è come Gesù ci assicura: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi". S. Paolo afferma: Lo Spirito Santo viene per rivestirvi di tutta "l'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo e restare in piedi dopo aver superate tutte le prove". Anche il Concilio Vaticano II dice: "Per mezzo della Cresima i battezzati sono arricchiti di una speciale forza dello Spirito Santo". Infatti lo Spirito che è amore del Padre e del Figlio, ci infiamma di amore divino e fraterno, affinché tutti gli ostacoli possano cadere e tutte le difficoltà possano essere superate vittoriosamente poiché "omnia vincit amor": l'amore tutto vince.

Di fronte alle meraviglie e ai misteri dell'universo, noi ci chiediamo: chi ha dato inizio alla vita?

Chi continua a creare le cose?

La Bibbia ci svela questo mistero: L'autore della vita, il Creatore dell'universo, l'artista geniale e fantasioso di tutte le cose è lo Spirito Santo. "Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque."

Lo Spirito Santo agisce nella storia d'Israele in modo potente e sempre nuovo: ispira i grandi uomini come Mosè, Giosuè, i Giudici, i condottieri, i re come Davide e Salomone.

E quando Israele viene meno all'alleanza, lo Spirito parla nei profeti che comunicano al popolo il volere e la parola di Dio.

Ogni avvenimento decisivo della vita di Gesù è guidato dallo Spirito di Dio: nel concepimento, nel Battesimo, nell'esperienza del deserto, durante la vita pubblica, alla morte, sempre lo Spirito è accanto a Gesù, agisce in Gesù, è in Gesù.

Prima di tornare al Padre, Gesù ripete la grande promessa, già più volte fatta ai suoi discepoli:
"Avrete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra".

Lo Spirito di Gesù risorto è colui che permette agli uomini di continuare sulla terra la presenza e l'azione del Signore.

Lo Spirito Santo noi lo conosciamo attraverso delle immagini simboliche:

"Soffio" (in ebraico rùah): lo Spirito è il soffio del respiro, la forza che anima il corpo. Di questo l'uomo non è padrone, gli viene da Dio e a Dio ritorna. Oltre al respiro, indica anche la coscienza dell'uomo, il suo spirito.
E' il soffio del vento, misterioso, non si sa di dove viene e dove và. Nella Pentecoste, è un vento gagliardo. "L'Acqua": E' una realtà che penetra, feconda, purifica. Gesù parla di un'acqua viva che disseta e zampilla in eterno ed è dello Spirito che Gesù parla.
"Il Fuoco": Il fuoco brucia, purifica, trasforma. Nella Pentecoste, lo Spirito è come lingue di fuoco. Il fuoco è calore, luce, è simbolo di amore.
"L'Olio": Penetra nel corpo, gli conferisce forza, salute e bellezza. Nella Bibbia le unzioni sono segni di benedizione, di consacrazione. Gesù è l'Unto per eccellenza (in greco il "Kyrios").
"La Colomba": E' il simbolo che si trova nei Vangeli (molto amato e usato da artisti e pittori). Gesù riceve lo Spirito in forma visibile "come colomba".

Lo Spirito Santo lo conosciamo attraverso i suoi DONI. La tradizione ne indica sette, il numero sette indica la pienezza del dono e la permanenza dello Spirito: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Conoscienza, Pietà, Timor di Dio.

Lo Spirito Santo lo conosciamo attraverso i suoi frutti. "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (GaI 5, 22)

Ciò che avviene in seguito al dono dello SPIRITO della Pentecoste è qualcosa che non è stato visto prima: nasce la prima comunità cristiana, nasce un popolo nuovo, la Chiesa! Lo Spirito la guiderà, l'assisterà, la santificherà.



don Roberto Rossi

sabato 26 maggio 2012

Preghiera per ricevere lo Spirito Santo




Preghiera per ricevere lo Spirito Santo:
Spirito Santo,
solo tu sei l'Amore infinito di cui ha sete l'anima mia,
solo in Te posso trovare la vera pace
a cui anela il mio spirito,
solo Tu sei il consolatore
per tutte le sofferenze che mi affliggono
Vieni ad abitare in me!
Spirito Santo, solo Tu puoi cambiare il mio cuore,
solo Tu sai ciò che è di impedimento alla tua azione divina,
solo Tu sei la Luce della Verità che cerco,
vieni ad abitare in me!
Spirito Santo,
solo Tu sei il divino Maestro della mia anima,
solo Tu conosci la volontà di Dio per me,
solo Tu mi puoi guidare nella via della vita,
vieni ad abitare in me!
Spirito Santo,
ti desidero ardentemente in me
perché non desidero altro che la tua santa volontà.
Non voglio nulla in me che Ti possa dispiacere,
per questo Ti prego di rimuovere tutti gli ostacoli
che pongo alla tua azione divina.
Vieni ad abitare stabilmente in me,
ed avvertimi subito quando Ti rattristo
con il mio comportamento perché possa dire
con sincero pentimento e vera fede:
vieni Spirito Santo!
O glorioso San Michele Arcangelo,
principe dell'esercito celeste,
difendici nella lotta contro i dominatori
di questo mondo di tenebre
e contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Vieni in aiuto agli uomini
che Dio ha creato a propria immagine
e riscatta a caro prezzo dalla tirannia del demonio.
La Santa chiesa ti venera come suo custode e patrono.
Il Signore ti ha affidato la missione
di accogliere nella felicità del cielo le anime dei redenti.
Prega il Dio della pace
perché schiacci Satana sotto i nostri piedi,
impedendogli di continuare a tenere gli uomini in schiavitù
e di nuocere alla chiesa.
Porta le nostre preghiere al cospetto dell'Altissimo,
perché presto ci venga incontro la sua misericordia.
Incatena il drago, il serpente antico,
colui che è diavolo e Satana:
legalo e gettalo nell'abisso,
così che mai più seduca gli uomini.
Amen.
 ******************************
Facciamo un momento di silenzio,
cercando di ascoltare ciò che lo Spirito Santo vuole suggerirci..
anche attraverso la sua "Parola",
teniamo la Bibbia a portata di mano.. 

PREGHIAMO: Venga il tuo Spirito, Signore, e ci trasformi interiormente con i suoi doni: crei in noi un cuore nuovo, affinché possiamo piacere a te e a conformarci alla tua Volontà. Per Cristo nostro signore. Amen.


Spirito Santo, eterno Amore,
Vieni a noi coi tuoi ardori,
Vieni infiamma i nostri cuori.

Gloria, adorazione, benedizione, amore a te,
 ETERNO DIVINO SPIRITO,
che ci hai portato sulla terra il Salvatore delle anime nostre.
E gloria e onore al suo adorabilissimo CUORE,
 che ci ama di infinito amore!


 
Amen!
 



venerdì 25 maggio 2012

Messaggio di Medjugorje: 25 maggio 2012



25 maggio 2012

"Cari figli! Anche oggi vi invito alla conversione e alla santità. Dio desidera darvi la gioia e la pace attraverso la preghiera ma voi, figlioli, siete ancora lontano, attaccati alla terra e alle cose della terra. Perciò vi invito di nuovo: aprite il vostro cuore e il vostro sguardo verso Dio e le cose di Dio e la gioia e la pace regneranno nel vostro cuore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

domenica 20 maggio 2012

Preghiera per l'Ascensione



 

Preghiera per l'Ascensione


Celebrare la tua ascensione, Signore,
significa per me non guardare più in cielo
ma volgere il mio sguardo alla terra.
Ora inizia il tempo del mio impegno,
lo spazio della mia responsabilità di cristiano,
il banco di prova della mia fiducia in te.
Tu, Signore, non mi lasci solo.
Mi hai promesso di camminare con me
e con chiunque cerchi di costruire
un mondo più giusto,
una chiesa più umana,
una società più solidale.
Mi chiedi solo una cosa:
amare te
nel volto delle persone che ho accanto.
Dammi la forza della fede,
togli dal mio cuore le paure,
fa' che non mi fermino le difficoltà
e non permettere mai che mi deprimano gli insuccessi.
Ma sempre e dovunque,
concedimi di essere canale trasparente della tua grazia,
riflesso scintillante del tuo grande amore.
Amen.

(Don Angelo Saporiti, Commento sull'Ascensione)

sabato 19 maggio 2012

"Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione"



Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
46ª GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

"Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione"
Domenica, 20 maggio 2012

Cari fratelli e sorelle,
all’avvicinarsi della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2012, desidero condividere con voi alcune riflessioni su un aspetto del processo umano della comunicazione che a volte è dimenticato, pur essendo molto importante, e che oggi appare particolarmente necessario richiamare. Si tratta del rapporto tra silenzio e parola: due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone. Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato.
Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci. Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee. Si apre così uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena. Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa. Dal silenzio, dunque, deriva una comunicazione ancora più esigente, che chiama in causa la sensibilità e quella capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la natura dei legami. Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio. Una profonda riflessione ci aiuta a scoprire la relazione esistente tra avvenimenti che a prima vista sembrano slegati tra loro, a valutare, ad analizzare i messaggi; e ciò fa sì che si possano condividere opinioni ponderate e pertinenti, dando vita ad un’autentica conoscenza condivisa. Per questo è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di “ecosistema” che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni.
Gran parte della dinamica attuale della comunicazione è orientata da domande alla ricerca di risposte. I motori di ricerca e le reti sociali sono il punto di partenza della comunicazione per molte persone che cercano consigli, suggerimenti, informazioni, risposte. Ai nostri giorni, la Rete sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte; anzi, spesso l’uomo contemporaneo è bombardato da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte. Il silenzio è prezioso per favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte che riceviamo, proprio per riconoscere e focalizzare le domande veramente importanti. Nel complesso e variegato mondo della comunicazione emerge, comunque, l’attenzione di molti verso le domande ultime dell’esistenza umana: chi sono? che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa posso sperare? E’ importante accogliere le persone che formulano questi interrogativi, aprendo la possibilità di un dialogo profondo, fatto di parola, di confronto, ma anche di invito alla riflessione e al silenzio, che, a volte, può essere più eloquente di una risposta affrettata e permette a chi si interroga di scendere nel più profondo di se stesso e aprirsi a quel cammino di risposta che Dio ha iscritto nel cuore dell’uomo.
Questo incessante flusso di domande manifesta, in fondo, l’inquietudine dell’essere umano sempre alla ricerca di verità, piccole o grandi, che diano senso e speranza all’esistenza. L’uomo non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita: tutti siamo cercatori di verità e condividiamo questo profondo anelito, tanto più nel nostro tempo in cui “quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali” (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2011).
Sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità. Non c’è da stupirsi se, nelle diverse tradizioni religiose, la solitudine e il silenzio siano spazi privilegiati per aiutare le persone a ritrovare se stesse e quella Verità che dà senso a tutte le cose. Il Dio della rivelazione biblica parla anche senza parole: “Come mostra la croce di Cristo, Dio parla anche per mezzo del suo silenzio. Il silenzio di Dio, l’esperienza della lontananza dell’Onnipotente e Padre è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata. (…) Il silenzio di Dio prolunga le sue precedenti parole. In questi momenti oscuri Egli parla nel mistero del suo silenzio” (Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 30 settembre 2010, 21). Nel silenzio della Croce parla l’eloquenza dell’amore di Dio vissuto sino al dono supremo. Dopo la morte di Cristo, la terra rimane in silenzio e nel Sabato Santo, quando “il Re dorme e il Dio fatto carne sveglia coloro che dormono da secoli” (cfr Ufficio delle Letture del Sabato Santo), risuona la voce di Dio piena di amore per l’umanità.
Se Dio parla all’uomo anche nel silenzio, pure l’uomo scopre nel silenzio la possibilità di parlare con Dio e di Dio. “Abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio e così arrivare al punto dove nasce la Parola, la Parola redentrice” (Omelia, S. Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 6 ottobre 2006). Nel parlare della grandezza di Dio, il nostro linguaggio risulta sempre inadeguato e si apre così lo spazio della contemplazione silenziosa. Da questa contemplazione nasce in tutta la sua forza interiore l’urgenza della missione, la necessità imperiosa di “comunicare ciò che abbiamo visto e udito”, affinché tutti siano in comunione con Dio (cfr 1 Gv 1,3). La contemplazione silenziosa ci fa immergere nella sorgente dell’Amore, che ci conduce verso il nostro prossimo, per sentire il suo dolore e offrire la luce di Cristo, il suo Messaggio di vita, il suo dono di amore totale che salva.
Nella contemplazione silenziosa emerge poi, ancora più forte, quella Parola eterna per mezzo della quale fu fatto il mondo, e si coglie quel disegno di salvezza che Dio realizza attraverso parole e gesti in tutta la storia dell’umanità. Come ricorda il Concilio Vaticano II, la Rivelazione divina si realizza con “eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto” (Dei Verbum, 2). E questo disegno di salvezza culmina nella persona di Gesù di Nazaret, mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione. Egli ci ha fatto conoscere il vero Volto di Dio Padre e con la sua Croce e Risurrezione ci ha fatti passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla libertà dei figli di Dio. La domanda fondamentale sul senso dell’uomo trova nel Mistero di Cristo la risposta capace di dare pace all’inquietudine del cuore umano. E’ da questo Mistero che nasce la missione della Chiesa, ed è questo Mistero che spinge i cristiani a farsi annunciatori di speranza e di salvezza, testimoni di quell’amore che promuove la dignità dell’uomo e che costruisce giustizia e pace.
Parola e silenzio. Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare, e questo è particolarmente importante per gli agenti dell’evangelizzazione: silenzio e parola sono entrambi elementi essenziali e integranti dell’agire comunicativo della Chiesa, per un rinnovato annuncio di Cristo nel mondo contemporaneo. A Maria, il cui silenzio “ascolta e fa fiorire la Parola” (Preghiera per l’Agorà dei Giovani a Loreto, 1-2 settembre 2007), affido tutta l’opera di evangelizzazione che la Chiesa compie tramite i mezzi di comunicazione sociale.


Dal Vaticano, 24 gennaio 2012, Festa di san Francesco di Sales

BENEDICTUS PP. XVI

BENEDICTUS XVI


Fonte: http://www.pccs.va/pccs/gmcs/documenti/html/ita/gmcs/46_gmcs_ita.htm

venerdì 11 maggio 2012

11. MARIA, MADRE DELLA CHIESA

«Nella Scrittura, quanto si riferisce in modo universale alla Vergine Madre Chiesa, lo si riferisce in modo speciale alla Vergine Madre Maria».Isacco della Stella
La venuta del Cristo è un evento soprannaturale, che propone la vita divina a tutti gli uomini.

Il Figlio di Dio è il capo di tutta l'umanità e perciò ne esprime
anche la vocazione. La sua Incarnazione è dunque una chiamata effettiva, spirituale e soprannaturale, rivolta da Dio a tutti gli uomini. Nella sua Opera di Redenzione, Cristo, come rappresentante di tutta l'umanità, è Egli stesso Chiesa.
In tal senso si potrebbe anche affermare che il sacrificio della
Croce è il sacrificio di tutta l'umanità e che la Chiesa scaturisce sul Calvario dal Cuore di Cristo squarciato. Maria, a sua volta, avendo liberamente aderito a divenire Madre del Cristo Redentore, diventa, di conseguenza, Madre della vocazione di tutti i redenti nella realizzazione dei loro destini finali. La Chiesa è nata sul Calvario; l'unione dei fedeli nel Sangue di Cristo, donatoci per mezzo di Maria, forma un solo Corpo, che ha per Capo Cristo, senza più distinzioni tra le sue membra. Non v'è giudeo, né greco, né barbaro, né sciita, ma un solo Cristo che è in tutti noi. S. Paolo dice anche che Cristo amò la Chiesa, sacrificò per lei se stesso, per renderla santa e la purificò allo scopo di presentarla al Padre ed a Se stesso senza macchia e senza ruga. Ella doveva essere «del suo Sangue incorruttibile la conservatrice eterna».
La Chiesa è definita dai Padri, nella sua missione, col dolce nome di Madre, perché attraverso il battesimo, ci genera a Cristo; la sua maternità si ispira alla maternità di Maria. In lei, ai piedi della croce, era presente la Chiesa, in lei la Chiesa realizzava in anticipo il Mistero della sua completa comunione mistica col Salvatore, perché, durante la Passione, Maria aveva nel suo cuore la Chiesa, anzi era lei stessa la Chiesa, come prima redenta, membro eminente del popolo che Cristo aveva acquistato col suo Sangue.
Maria è il vero Tipo della Chiesa, perché in lei si trova in anticipo tutto ciò che lo Spirito andrà poi riversando nella Chiesa. In lei la Chiesa attinge l'autentica forma della perfetta imitazione di Cristo. Maria è il Tipo della Chiesa, cioè esempio, sostanza e compendio di tutto ciò che nella Chiesa si deve sviluppare per la sua essenza: condurre i suoi figli alla salvezza. Ai primi cristiani era caro il motto «Vedere la Chiesa in Maria e Maria nella Chiesa». In essi era profondissima la spiritualità mariana ed assurdo sarebbe stato per loro, e lo sarebbe oggi per noi, separare il Mistero della Chiesa dagli abissali misteri di Maria. Essi ci hanno insegnato che Maria è lo splendore e la Madre della Chiesa e che, nella misura in cui la Chiesa è mariana, è più Chiesa. Maria e la Chiesa, entrambe madri e vergini, mantengono unite queste due realtà, perché l'una e
l'altra sono di Cristo e, con Lui, tutt'e due al servizio dell'uomo. Sante, immacolate, fedeli alla Parola, forti e fedeli nella prova per trasfigurarsi in Cristo.
Maria ha già visibilmente concretizzato in sé la vocazione della comunità umana nella realizzazione dei suoi destini. La vita della Chiesa attraverso i secoli non dev' essere che un'ascesa, una crescita verso il suo Tipo, la Madre Divina. In Maria si è intanto già
verificata anche nel corpo l'unione gloriosa col Cristo, che solo un giorno si verificherà anche per la Chiesa. S. Tommaso ci dice che la vera Chiesa, Maria, Madre nostra, è in Cielo e tutta la realtà della Chiesa militante sta nella sua conformità alla Chiesa celeste e che la Chiesa terrestre è veramente Chiesa soltanto in lei. Se ne deduce che Maria non è soltanto modello da imitare nella vita, ma una vera e propria forza salvifica.

Ella è nel vero senso della parola la Madre dei viventi, che ha tenuto a battesimo sotto la croce la nascita della Chiesa dal Cuore di Cristo, l'ha ricevuta in custodia ed, in unione con lo Spirito, la nutre della grazia, di cui è ripiena. Ella ha avuto sotto la croce la missione di collaborare attivamente e maternamente all'edificazione della Chiesa intrapresa da Cristo. Solo in questo senso - dicono i teologi - Maria può essere chiamata «Madre della Chiesa» in quanto a lei la Chiesa deve il suo carattere materno.
Anche se Maria non ha avuto una missione sacerdotale, è, nella Chiesa, il culmine della comunione di Grazia col Cristo e perciò, se è Madre di tutti i popoli, lo è in modo
particolarissimo dei cristiani che si nutrono coi Sacramenti della Chiesa.
La maternità della Chiesa si esprime attraverso la paternità sacerdotale e la sollecitudine pastorale del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti.

Vi è una tendenza, a volte troppo accentuata, a considerare la Chiesa gerarchica come una istituzione amministrativa
inquadrata da leggi e canoni. Alla luce della Maternità di Maria potremo, invece, scoprire nella Gerarchia della Chiesa la paternità di Dio e l'amorosa premura per la salvezza delle nostre anime. Non guardiamo a qualche deviazione nella Chiesa, ma alle figure fulgide dei suoi Santi, che per essa hanno dato anche il sangue e che, nella carità, hanno consumato la vita per il popolo di Dio.
Riflettiamo sulle belle ed autorevoli parole che Paolo VI pronunciò alla chiusura del III periodo del Concilio Vaticano 11, il 21 novembre del 1964: «A gloria della Vergine e nostro conforto, noi proclamiamo Maria Santissima Madre della Chiesa, cioè di tutto il
popolo di Dio, tanto dei fedeli che dei pastori. In lei tutta la Chiesa, nella sua incomparabile varietà di vita e di opere, attinge la più autentica forma della perfetta imitazione di Cristo.
Vogliamo con questo soavissimo titolo che la Vergine venga d'ora innanzi ancor più onorata ed invocata da tutto il popolo cristiano».Come tu, Maria, sei divenuta Madre di Dio unicamente per l'efficacia del Sangue originato dalla tua maternità, così anche la Chiesa è madre del genere umano perché ha ricevuto il Sangue preparato da te. Noi ti acclamiamo, o Vergine, Madre della Chiesa

giovedì 10 maggio 2012

10. MARIA, MADRE DI DIO O E MADRE NOSTRA

«Con la sua materna carità,Maria si prende cura dei fratelli del Figlio suo». Conc. Vaticano II
La sublime e singolare redenzione della Vergine avvenuta ad opera del
Sangue di Cristo è intimamente connessa alla missione della sua duplice maternità, quella divina nei confronti del Cristo, Dio ed Uomo, e quella spirituale nei nostri confronti. Maria è vera Madre di Dio e vera Madre nostra! È stato scoperto di recente un papiro del III secolo dal quale risulta che le prime Comunità cristiane invocavano la Vergine con il bel titolo di Santa Genitrice di Dio.

Fu però nel 431 che il Concilio di Efeso proclamò con fermezza contro Nestorio, la divina Maternità di Maria e questa solenne definizione non riguardava soltanto Maria, ma lo stesso Cristo, perché, se Maria non fosse vera Madre di Dio, Cristo sarebbe solo uomo e non Dio. Il più grande titolo della Madonna, la caratteristica della sua personalità, è l'essere Madre di Dio. Alla base di questa sua missione sta il Mistero del Cristo. La realtà della Maternità Divina di Maria ci dà la certezza che il Verbo di Dio si è fatto carne, rimanendo vero Dio e divenendo vero Uomo. Pio X afferma: «Se il Figlio della Beatissima Vergine è Dio, per certo colei che lo generò dev' essere chiamata a pieno diritto Madre di Dio».
Il Vangelo è esplicito in quest'affermazione. Luca scrive «Egli sarà chiamato Figlio dell'Altissimo... Il Figlio che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio». Tutti gli Evangelisti erano fermamente convinti della divinità del Cristo, perché scrissero gli Evangeli
dopo la resurrezione, della quale furono testimoni oculari. È fortissima l'espressione di Giovanni: «Ogni spirito, che riconosce Gesù Cristo, venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù non è da Dio». Ovviamente non è da Dio anche colui che non confessa che Maria è Madre di Dio. Non poteva esserci maggiore esaltazione per la donna, che essere associata alla fecondità del Padre, tanto da avere per Figlio lo stesso suo Figlio. Questo dimostra che Dio ha voluto fare di questa Donna la
sua prima alleata nell'Opera della Redenzione. Il Creatore, infatti, ha preso un'anima e un corpo nel seno della Vergine per donarci la sua divinità: la Vergine è divenuta Madre di Dio perché noi ricevessimo l'adozione di figli di Dio. Cristo ha voluto nascere da Maria come nostro fratello. San Paolo ci dice che Gesù doveva rendersi in tutto simile a noi, tranne che nel peccato, per poter esplicare per noi tutta la sua misericordia. Da tutto ciò si deduce che Maria è anche veramente nostra Madre. Se da una parte la divina Maternità di Maria esprime il limite estremo dell'Amore Divino, che si è voluto
umilmente ed intimamente unire ad un essere da lui creato, è per-ché una creatura uil miracolo delle Nozze di Cana, col quale Gesù tramutando l'acqua in vino, simbolo del suo Sangue, elevò il matrimonio a sacramento, ci giunge un altro messaggio da Maria. Sono le ultime sue parole che troviamo scritte nel libro santo: «Fate quello che egli vi dice!» A tutte le famiglie d'oggi, la Vergine dice: «Non scacciate Gesù dalla vostra casa, fate quello ch'Egli vi dice e sarete felici».Con il Sangue Prezioso che il Figlio tuo ha preso da te, o Madre, aspergi la nostra famiglia; con le gocce del suo Costato trafitto segna le nostre case. perché la nostra vita familiare sia ricca di virtù a imitazione della santa Famiglia di Nazareth.

mercoledì 9 maggio 2012

9. MARIA, DOLCEZZA DELLA REDENZIONE

Nuova Eva vicino al Nuovo Adamo, «Maria consacrò totalmente se stessa alla persona e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della Redenzione sotto di Lui e con Lui».Vaticano II
Gesù è l'uomo nel quale si manifesta la
perfezione di Dio in un volto maschile. Era però necessario che essa si manifestasse anche in un volto femminile: Maria.

Dopo aver conosciuto l'associazione di Maria al Cristo  nell'Opera redentrice e come ella abbia ricevuto da Lui, in comunione con lo Spirito ed il Padre, tutta la perfezione di Grazia, ci viene senz'altro di chiedere qual è stato l'apporto specifico che lei ha dato all'Opera del Salvatore nell'esercizio della sua missione femminile. Il Concilio Vaticano II afferma che è un apporto di complementarietà, un apporto specificamente femminile, che rivela il ruolo insopprimibile della donna nell'Opera della salvezza. Come nella creazione l'uomo e la donna, l'una complementare all'altro, riflettevano la stessa immagine di Dio, così nell'Incarnazione la donna non poteva essere lasciata nell'ombra; era dunque necessario che Maria avesse un ruolo complementare a quello di Cristo.
Cristo, appartenendo al sesso maschile, benché la sua missione redentrice riguardasse tanto l'uomo, quanto la donna, non avrebbe potuto offrire alla donna, alla sposa, alla madre, alla consacrata il modulo corrispondente a tutte le sfumature della loro condizione.
Per questo, da sempre, è istintivo nel pensiero cristiano contrapporre al primo uomo e alla prima donna Cristo e Maria. Tale confronto si ispira al sentimento vivo e naturale dell'essere umano, pur nella diversità dei sessi, di rendere omaggio alla Donna associata, conformemente alla sua natura, alla Redenzione. Senza il volto femminile, afferma ancora il Concilio, la profonda realtà di Dio - perfezione, santità, bontà, bellezza non potrebbe rivelarsi sotto la forma uma-na in tutti i suoi aspetti. La donna è insostituibile
nell'Opera salvifica per rivelarci, col suo stesso essere di donna, ciò che vi è di più profondo in Dio. Dalla Vergine, associata all'Opera della Redenzione, il cristiano impara, oltre che la generosità senza limite in ogni sacrificio, fino a quello cruento della croce, come la sua presenza ci renda più dolce e soave il già dolce e soave giogo di Cristo, riuscendo a fare anche della nostra partecipazione al dolore, un filiale abbandono nelle braccia di Dio nostro Padre.
Dio conosce il cuore umano e sa che noi non avremmo mai potuto comprendere in pieno ed accettare la dolcezza della croce senza unire a Cristo la sua Madre Santissima.
Solo con lei accanto al Cristo si esprime pienamente il carattere umano della Redenzione; questa umanità si manifesta non solo perché sofferta da Dio fatto Uomo, ma
anche da quanto di femminile, verginale e materno vi fu aggiunto dalla sua Madre.
Cristo in quanto uomo, come ogni altro uomo, porta in Sé i tratti salienti della Madre sua. Egli accetta, anzi necessita della sua materna sollecitudine. L'intervento di Maria non si limita all'atto iniziale della incarnazione e nascita di Gesù, ma lo circonda con la
tenerezza in ogni istante della sua vita, dall'infanzia alla morte. Nel contempo conserva nel suo cuore tutte le ricchezze dei Misteri del Cristo per trasmetterli a noi dal momento in cui, ai piedi della croce, ci è data per madre. Essendo noi istintivamente portati ad avere l'idea d'un Dio rigido e giustiziere, affinché l'amore di Dio Padre, ricco di misericordia, non venisse annullato da tali timori, Egli ha voluto mostrarci al suo fianco, in Maria, lo stesso aspetto materno del suo amore, per farsi sentire più a noi vicino.
Non ha forse Cristo stesso trasfuso nel cuore materno di Maria la sua divina bontà, le ricchezze e le dolcezze del suo Cuore squarciato? Solo il Cattolicesimo possiede questa immensa dolcezza!

Lasciando da parte ogni esagerazione e deviazione popolare, chiunque è costretto a riconoscere la bellezza e la tenerezza della pietà cattolica sotto lo sguardo vigile della più tenera tra le madri, la Vergine amabile e sorridente. Ne fanno testimonianza gli innumerevoli episodi tratti dalla vita dei santi e perfino dalla vita di
non credenti che, attratti dalla dolce figura di Maria, hanno ritrovato il Redentore.
Ai piedi della Croce, Maria, tu sei l'immagine mistica delle nozze di Cristo con la Chiesa; a prezzo di Sangue Egli se l'è acquistata come sposa e con l'abito fragrante del suo Sangue l'ha rivestita: uniscici più intimamente a Cristo Signore per collaborare con Lui alla nuova creazione del mondo.

martedì 8 maggio 2012

8. LA CORREDENTRICE

«La Beata Vergine se ne stette ai piedi della Croce soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno
al sacrificio di Lui».
Vaticano II
Il sacrificio di Cristo è così perfetto e ricco diGrazia che non ha certo bisogno della cooperazione di alcuna creatura umana, neppure della sua Madre Santissima, per salvarci, arricchirci di meriti ed elevarci alla dignità di figli di Dio e suoi coeredi del Cielo. Gesù è l'unico Salvatore ed il sacrificio della croce è la sola causa necessaria e totale della nostra salvezza.
Anche la più santa ed illibata delle creature, qual è la Vergine, non avrebbe mai potuto, non solo riscattarci, ma neppure aggiungere nulla ai meriti del Cristo, mentre una sola goccia del suo Sangue, perché di valore infinito, essendo Sangue Divino, sarebbe bastata
per una redenzione veramente sovrabbondante. Ma anche se Cristo è Lui solo nostra salvezza, nostro riscatto e dono supremo di Amore, pure Dio ha fatto scaturire proprio dal suo amore di Padre il dono d'una Corredentrice, Maria, Madre di Gesù e dell'umanità. Sappiamo che Maria, perché la più amata da Dio, destinata ad essere la Madre di Dio ed a collaborare col Figlio alla nostra redenzione, è la prima redenta dal Sangue di Cristo, del quale è anche il frutto più dolce. Per questo motivo non solo la Redenzione l'ha preservata dal peccato e colmata di Grazia, ma l'ha investita d'un ruolo eccezionale, avendo ricevuto sul Calvario dal Figlio e nel Cenacolo dallo Spirito la pienezza della maternità spirituale, ella svolge sulla terra la funzione di Corredentrice e nel cielo quella di mediatrice presso il suo Figlio Divino. La sua maternità divina l'associa all'Opera redentrice, perché nell'Incarnazione è insita la futura Redenzione;
Gesù nasce sacerdote e vittima: è l'Agnello che sarà immolato. Dal momento della sua maternità la Vergine ha, per dire, la vocazione al Calvario. Diviene Madre di Dio perché accetta di dare al mondo il Salvatore che sarà crocifisso. La sua singolare cooperazione alla nostra salvezza è nel Mistero stesso della Redenzione. È mediante il suo fiat che Cristo diventa Uomo tra gli uomini, perché solo incarnandosi può salvarci. Maria ha concepito e dato alla luce Gesù non per se stessa, ma per l'umanità, affinché la Chiesa, nata e vivificata dal Sangue che uscì dal Costato del Figlio sulla Croce, potesse realizzare il suo destino eterno nella gloria di Dio. In questo Mistero il Figlio chiama la Madre ad una fede eroicamente priva di ogni elemento umano, ad una abnegazione totale, alla rinuncia di tutto per salire con lui sul Calvario. Se Gesù ci ha dato la prova più
grande del suo amore immolandosi sulla croce, Dio ha condotto Maria fino ai piedi della croce perché, nella sofferenza, anche lei potesse dare all'umanità la sua più grande prova d'amore. L'immolazione del Figlio per la redenzione del mondo consentiva
anche a lei una collaborazione piena e totale, e le faceva sperimentare così nell'intimo del suo cuore la sofferenza redentrice. Cristo incarnandosi ha messo nel cuore purissimo della Madre un fuoco divoratore, al quale ella ha aderito in pieno e dal quale è scaturito anche in lei l'immenso anelito per la nostra salvezza. In Maria l'amore per 1'umanità raggiunge un vertice di fusione e di identificazione con la Volontà Divina, che la eleva alla missione sublime di Corredentrice. In questo senso, affermano i teologi,
l'associazione della Vergine alla Redenzione, pur non aggiungendo nulla ai meriti di Cristo, che secondo l'espressione di Paolo, è l'unico Redentore e Mediatore, contribuisce alla distribuzione della Grazia redentrice, sicché Maria ne diviene parte attiva in quanto,
nell'istante stesso dell'Incarnazione, ci dona la Grazia, di cui ella è ripiena, cioè Cristo.
Se è così evidente il ruolo assolutamente unico di Maria nella nostra salvezza, è anche evidente la mediazione che ella svolge nella comunione dei santi, perché è Dio stesso che l'ha posta al fianco di Cristo ed al fianco dell'umanità. Ella ci guiderà nella via della sofferenza e ci condurrà ai piedi della Croce, dalla quale Cristo farà scendere nelle nostre anime il Sangue dell'amore e del perdono.
Sotto la Croce, Maria, tu stavi come Madre che offriva il Sangue del Cuore del Figlio: donaci la grazia di raccogliere questo stesso Sangue nel calice del nostro cuore, per vivere nel fervore della carità.

lunedì 7 maggio 2012

Semina


Semina sorriso fin dal mattino,
e nel tempo fiorirà un giardino.
Semina grani di certa speranza
ci sarà molta esultanza.
Semina nella fede e con l'ardore
e l'angolo più grigio avrà colore.
Semina parole e fatti d'amore
e nel mondo avrà senso il cuore.
Semina entusiasmo e semplicità
e sarà facile la felicità.
Semina sempre con forza e coraggio
e la paura avrà nuovo linguaggio.
Semina in pazienza e perseveranza
e la terra avrà frutti in abbondanza.
Semina gesti di vera dolcezza
perché la violenza genera tristezza.
Semina dovunque germi di pace
e di certo l'urlo di guerra tace.
Semina, semina il bene: crescerà
ed ogni seme nuova vita darà.

(fonte non specificata)

7. LA REGINA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE

«Non temere, Maria. Concepirai
un Figlio... Dio gli darà il trono di David... e il suo regno non avrà fine».
Lc. 1,32-33
Il titolo di Regina è stato attribuito alla Vergine fin dai primi secoli dalla tradizione cristiana per indicare la sua preminenza di Grazia e di potenza.
Questo titolo, ed altri appellativi regali, entrarono progressivamente nell'uso del popolo di Dio fino a diventare espressione della Liturgia e della iconografia, che rappresenta la Vergine incoronata dal serto regale.

L'attribuzione della regalità a Maria divenne ufficiale in tutta la Chiesa quando, nel 1954, Pio XII istituì la festa di Maria Regina. Il Pontefice giustifica questo titolo su fondamenti biblici e sul Vangelo di Luca in particolare, sulla dottrina dei Padri e su argomenti teologici, quali: la Maternità divina di Maria e la sua associazione all'Opera della Redenzione.
Maria è Regina perché ha dato la vita ad un Figlio, che nel medesimo istante del suo concepimento, anche come uomo, è Re e Signore di tutte le cose. «Maria è veramente divenuta Signora di tutta la creazione, quindi anche degli angeli e dei santi, nel momento
in cui diede il Corpo e il Sangue al Creatore» afferma S. Giovanni Damasceno.
«Tuttavia - dice ancora Pio XII - la beatissima Vergine si deve proclamare Regina non soltanto per la sua maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell'Opera della nostra salvezza eterna». Con questi motivi noi riteniamo che
sia ampiamente giustificato attribuire a Maria anche il bel titolo di Regina del Preziosissimo Sangue. S. Bernardo ci dice che «la regalità di Maria è stata sigillata dal Sangue Divino». Allorché Pio XI istituì la Festa di Cristo Re ed elevò la Festa del Preziosissimo
Sangue a rito doppio di prima classe, secondo la Liturgia del tempo, scrisse: «Quale pensiero potremmo avere più dolce e più soave di questo, che Cristo è nostro Re, non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè la Redenzione?
Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costiamo al nostro Salvatore! Non siete stati redenti con oro ed argento, ma col Sangue Prezioso di Cristo! » Orbene, se Maria in quest'Opera meravigliosa fu strettamente associata al Cristo Re dell'universo, merita, per tale motivo, anch'ella il titolo dolcissimo di Regina della Redenzione, Regina di quel Sangue col quale Cristo ci ha riscattati. Ce lo dice anche S. Anselmo, che quel grande Pontefice cita nella sua enciclica: «La Vergine Maria è nostra Signora per il singolare concorso prestato alla nostra Redenzione, somministrando la sua sostanza, cioè il Sangue Prezioso, che Gesù doveva offrire al Padre per riscattarci». Pio XII dice ancora: «Se Maria venne scelta a Madre di Cristo proprio per essere associata a lui nella Redenzione del genere umano, fu lei, esente da ogni colpa, che l'offrì sul Golgota all'Eterno Padre, sacrificando insieme l'amore e i diritti materni. Dalla sua intima unione col Cristo deriva da Lei tale splendida sublimità da superare l'eccellenza di tutte le
cose create, le deriva anche quella regale potenza, per cui può dispensare i tesori del Regno del Divin Redentore, le deriva anche la inesauribile efficacia della sua intercessione materna per noi presso il Figlio e presso il Padre». Ai nostri tempi, per via delle nuove idee sociali, la regalità ha perduto il suo fascino.
Ma non si pensi, parlando di Cristo e della Vergine, ad una regalità mondana, che si esprime nel dominio e nella imposizione egoistica dell'uomo che sta al potere. Il Regno di Cristo e il Regno di Maria non sono di questo mondo; Cristo regna dall'alto della Croce ed è ai piedi della croce che Maria conquista particolarmente il suo titolo regale.
Il Regno di Cristo e di Maria è il regno della fede, il regno dell'amore, il regno che abolisce le divisioni sociali, il regno che porta la pace e che esalta la nostra dignità umana. Non dimentichiamo che il Sangue di Cristo ha suggellato la regalità di Maria e ha fatto anche di noi un popolo regale. Maria Regina proclama sul Calvario il carattere regale di tutti i credenti in Cristo, resi partecipi della regalità del suo Sangue. Questo segno è però effettivo solo in chi lo accoglie, come la Vergine, con fede, povertà di spirito e sincerità di cuore, e, soprattutto, nella sofferenza.
O Regina, nel tuo seno il Cristo Dio indossa, come un principe, l'abito di porpora che il tuo sangue gli ha misticamente tinto, per regnare sull'universo: facci grazia di dominare le forze del male, di vivere la vita come servizio, di collaborare alla realizzazione del Regno.

domenica 6 maggio 2012

6 MAGGIO - L'UMILE SERVA DI YAHVÈ

«Maria consacrò totalmente se stessa quale Serva del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo». Conc. Vaticano II

Yahvè, nella concezione del Vecchio Testamento considerato anche Dio-Salvatore, che interviene continuamente nella storia del popolo eletto per salvarlo ed interverrà al compimento dei tempi, per essere Dio con noi. È dunque il Dio Redentore. In questa prospettiva Maria è, nel momento dell'Annunciazione, la più alta espressione dell'attesa dell'Emmanuele. Così ce la presenta Luca nel canto del Magnificat, così la vede la patristica, la vede la teologia contemporanea.
Il Vaticano II dice che Maria «primeggia tra gli umili ed i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono la salvezza». Sia per 1a sua nascita senza macchia, sia per la sua consacrazione verginale a Dio, ella è stata, nella fede, d'una ricettività eccezionalmente squisita e delicata, indicandoci nella sua persona, l'apertura fondamentale sempre più fiduciosa che avrebbe fatto sbocciare l'attesa dell'Antico Testamento. Ella è dunque il prototipo d'una vita di fede veramente cristiana.
Chiamata da Dio come protagonista a partecipare agli eventi terreni della vita umana  di Cristo, s'innalzò fino all'accettazione incondizionata del Mistero dell'umanità di Gesù, lasciandosi penetrare dalla grazia che ne scaturiva come da segno sacramentale.
Così la sua fede solida e la sua fiducia, oltrepassando l'involucro dell'umanità di Gesù arrivò gradualmente alla realtà divina. È qui tutto il Mistero della fedeltà di Maria e della sua speranza, del suo amore. Questo Mistero disvela anche a noi nella risposta all'Angelo:
«Ecco la serva del Signore!». Nell'Antico Testamento questa espressione racchiude in sé la ricchezza di tutta la spiritualità del popolo di Dio e designa la sintesi d'una vita consacrata integralmente a Dio e completamente disponibile alla sua Volontà; essa significava accettazione del beneplacito di Dio, apertura al suo Mistero con la consapevolezza e la determinazione d'essere totalmente «sua proprietà». Il servo di Yahvè era al posto infimo della società, senza alcun prestigio e privilegio, ìl reietto del consorzio umano, colui che temeva Dio, e che, nella sua umiltà, in Lui solo confidava.
Eppure proprio nel servo, nel povero, era la vera ricchezza spirituale del Popolo di Israele.
Il servo di Yahvè è il Santo di Dio, al quale sarebbe un giorno stato rivelato il segreto del Regno. Nel Servo di Yahvè Cristo identifìca se stesso «mite ed umile di cuore » che da «ricco si è fatto povero», «si è annientato», «è divenuto il reietto, l'uomo del dolore, nel cui corpo tutto piaghe e sangue, non vi è parte sana; egli è l'ultimo dei lebbrosi». Cristo stesso è il povero di Yahvè, la realizzazione più profonda dell'umiltà e povertà evangelica. Copia perfetta del Cristo doveva essere e fu Maria, che nel Magnificat canta la grandezza di Dio, che umilia i potenti ed esalta gli umili servi di Yahvè.
A questo canto sublime un giorno, sulla Montagna, farà eco il canto ancor più sublime delle Beatitudini. Esse, secondo alcuni teologi; non sono un'ideologia astratta e chimerica, ma addirittura la canonizzazione fatta da Cristo di Maria e di tutti coloro che la
imitano. Nel discorso della Montagna scorgiamo ben chiaro il ritratto di Cristo e della sua Madre Santissima. «Beati i perseguitati... beati coloro che piangono... beati i misericordiosi... beati i poveri ed umili di cuore... beati i miti... beati coloro che hanno fame e sete di giustizia! ». Chi più mite e dolce di cuore del Cristo? Chi più perseguitato, chi più misericordioso, chi ha sofferto per la Giustizia e chi ha pianto più di lui per i peccatori?
E Maria non è stata co-me lui perseguitata, non ha forse versato lacrime amare, non è stata dolce e misericordiosa, non è stata povera come Gesù?
Se la nostra vita e il nostro cuore non sono completamente consacrati a Dio, non possiamo dirci integralmente cristiani. Dio era con Maria, perché Maria era con Dio. Non fu tanto la verginità a chiamare Cristo nel suo seno, quanto la sua profonda umiltà. Dio
ama l'umile e detesta il superbo e orgoglioso. La grandezza di Maria è sublime, ma da lei vissuta con tanta semplicità che non sgomenta e non opprime, anzi attira ed invita a camminare sulle sue orme.
Se anche noi con l'aiuto della Grazia ed il sostegno, che la Vergine non ci farà mai mancare, ci consacreremo a Dio e lo serviremo con santo timore, amore e letizia, con povertà di spirito, nella coscienza della nostra fragilità, nella carità verso i fratelli, con disponibilità al suo piano per la nostra santificazione, come Maria, attireremo lo sguardo del suo amore sopra di noi e Cristo scenderà dal Cielo per
abitare nel nostro cuore. Saremo anche noi veri servi del Signore!

O Maria, Madre del Servo, tu hai aperto la strada dei «servi» che vivono in servizio d'amore fino al sangue come figli nel Figlio: facci dono di non appartenere a noi stessi.

sabato 5 maggio 2012

5 - MARIA SEMPRE VERGINE

«Veramente benedetta la Vergine,
perché meritò di generare
il Figlio dell'Altissimo e conservò
la corona della verginità intemerata
».
S. Pier Crisologo
Cristo, Verbo di Dio, è l'Evento supremo della storia della salvezza; Maria, a sua volta, protagonista e testimone singolare dell'Incarnazione, è la Vergine in ascolto,
che recepisce e medita con amore il grande Mistero. Ascolta la voce di Dio e, alla luce di Cristo, le si rivela il senso stesso della sua totale consacrazione al Signore. La verginità è il segno di questa consacrazione totale.
È di fede la perenne verginità di Maria, prima, durante e dopo il parto; è questo un gran dono del Sangue di Cristo, che fa germogliare la verginità. «La nascita del Figlio non ha di-minuito, ma consacrata la verginità della Madre» canta la Chiesa nella liturgia dell'8 settembre. Quando si parla della verginità di Maria non bisogna limitarsi al solo senso fisico; la verginità della Madonna è anche una realtà spirituale e religiosa, che la rende assolutamente
aperta a Dio, infinitamente recettiva e disponibile. Forse Maria, prima dell'Annunciazione, non aveva mai pensato ad un matrimonio verginale con Giuseppe; l'Annunciazione, col suo messaggio, la fa rinunciare all'uso del matrimonio per essere attenta unicamente a Dio. La sua verginità, dunque, ha per origine il Mistero di Cristo.
Pri-ma dell'Annunciazione, lei è già splendore del Sangue di Cristo ed è sprofondata in un Mistero che si schiude nel suo cuore; nell'Annunciazione i veli del Mistero si squarciano. Nell'elaborazione del misterioso disegno di Dio, l'immacolato concepimento e la vergi-nità preparavano l'avvenimento sublime e centrale: il dono del Redentore all'umanità e la redenzione col suo Sangue. Maria è l'umile ancella che, sia nel suo essere spirituale che corporeo, si dona completamente a Dio e si lascia donare il Salvatore per partecipare attivamente alla sua e alla nostra salvezza. Al contrario di Eva, che portò il peccato e la morte nel mondo, ella è la Vergine obbediente, che ci dona il Cristo e la salvezza. La verginità, essendo un segno della totale consacrazione al Signore, incarna soprattutto la vocazione della nascente comunità cristiana. Per Maria in particolare, essa non è solo il segno dell'amore indiviso, ma costituisce lo spazio nel quale si esplica e si esalta la potenza di Dio. Ciò che per la donna di allora rappresentava una umiliazione, per Maria è una libera scelta di umiltà, quasi a proclamare l'incapacità di dare la vita ed è proprio in questa debolezza che si manifesta la potenza di Dio; proprio in Maria, senza umane ambizioni, si compie il prodigio più grande di Dio, perché è Dio stesso che viene a colmare il suo seno!
L'incarnazione del Verbo in seno alla Vergine e
il rispetto della verginità in Maria è la prova che è tutto opera divina, la prova che l'umanità non ha in sé il germe della propria salvezza; è la conferma che dall'Alto irrompe la misericordia divina che ci dona il proprio Figlio, senza opera d'uomo, attraverso il seno immacolato di Maria.
Anche se l'asserzione che una madre è rimasta vergine può
sembrare tra i misteri il più paradossale, non possono essere messe in discussione la massiccia testimonianza della Tradizione e gli insegnamenti del Magistero: da essi si sprigiona una luce che ha un valore incalcolabile per la fede cristiana. Per i protestanti la verginità di Maria è un mito. L'incredulità nei miracoli, l'eccessivo e frenetico valore dato alla sessualità, la pretesa della scienza di voler tutto spiegare con la intelligenza umana, l'errata umanizzazione del Cristo per far di lui un personaggio puramente storico, portano la società moderna alla negazione di questo Mistero.
Ai dubbiosi, agli scettici, agli increduli si può rispondere con le parole di un grande teologo dei nostri giorni: «Di fronte ad un evento cosí mirabile è inutile l'arrovellarsi cerebrale, ma bisogna ammutolire e rimanere in estatica contemplazione».
Ripetiamo anche noi la professione di fede di Paolo VI: «Noi crediamo che Maria è la Madre rimasta sempre vergine» e in uno slancio di amore filiale innalziamo a Lei un inno ispirato alle parole del Cantico dei Cantici: Tu sei la Sposa ornata riccamente da Dio, che ti mostri a noi nella tua incantevole bellezza! Sei tutta splendore, sei tutta bella e macchia non è in te... Mostraci il tuo volto, facci sentire la tua voce così ricca e soave, piena d'amore e di misericordia. Ave, o Maria, piena di grazia! O Maria, vergine concepisci il Cristo Dio, vergine lo partorisci, vergine senza macchia tu rimani: per il tuo sangue immacolato abbiamo ottenuto quel Sangue Prezioso che è germe di verginità. Noi ti glorifichiamo.
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