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sabato 29 giugno 2013

29- GIORNO- MESE DEL SACRO CUORE- Dagli scritti di S. MARGHERITA M. ALACOQUE

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GIORNO XXIX.

1. I puri godimenti delle anime com­prese dall' amore al Cuor di Gesù.

- Io non posso trovare consolazione, pia­cere, riposo che tra le croci, tra le umilia­zioni e le sofferenze, - onde il mio dolce Salvatore, non ha cessato di onorare la in­degna sua schiava.

« Io non mi auguro più di vivere se non per avere il contento di patire. Ecco tutto quello che vale a rallegrare la mia mente ed il mio cuore, tenendone proposito con quelli che io amo; io non ho punto altre novelle a narrare, perchè tutti gli altri parlari mi tornano di supplizio, e tutte le altre grazie non sono comparabili a quella di portare la croce per amore con Gesù Cristo. Ma non crediate che sebbene io parli così del patire, patisca molto. Oimè, non ho peranco niente sofferto e per con­seguenza non ho fatto niente pel mio Dio! « Volere amar Dio senza patire è pura illusione; ma così io non posso intendere come si dica di patire quando si ama dav­vero il sacro Cuore di Gesù Cristo Signor nostro, il quale cangia tutte le più amare amaritudini in dolcezze e fa gustare delizie di mezzo alle più grandi pene ed umilia­zioni. Che se il solo desiderio di amare ardentemente quel divin Cuore può produrre tale effetto quali ne produrrà in quei cuori che lo amano veramente e de' quali il mag­gior patimento consiste in non patire, o piuttosto in non amare abbastanza? In ve­rità io credo che tutto si cangia in amore per l'anima che sia accesa una volta di questo santo fuoco e non abbia più altro esercizio né altro ufficio che di amare pa­tendo. Amiamo dunque il nostro divino Maestro, ma amiamolo sulla croce, dacché fa egli sue delizie del trovare in un cuore amore, patimento e silenzio.

« No, niente al mondo è valevole di piacermi fuori della croce del mio divino Signore, ma una croce tutta somigliante alla sua, cioè pesante, ignominiosa, senza dol­cezza, senza consolazione, senza sollievo. Sieno paure le altre così felici di salire col Salvator mio divino il Taborre, per me sarò contenta di non sapere altro camminò fuor quello del Calvario. E così io non trovo altro allettamento che nella croce. Mia por­zione adunque sarà il durare sul Calvario fino al sospiro estremo tra i flagelli, i chiodi, le spine e la croce, senza consolazioni nè piacere, tranne quello di non averne punto. Quale ventura il poter sempre soffrire in silenzio, e morire infine dentro ogni sorta di miserie di corpo e di animo, coperta di disprezzo e d' oblio! giacché l'uno senza 1' altro non mi potrebbe piacere.

« Ah che farei io senza ciò in questa valle di lacrime, dove meno vita si rea da non riguardarmi se non come una fogna di miserie? Quindi è ch'io temo di rendermi immeritevole del bene infinito di portare la croce per assomigliarmi al mio appassionato Gesù. Io però vi scongiuro, se avete alcuna carità per me, pregate questo amabile Sal­vatore a non disgustarsi del mal uso fatto da me sino al presente di questo prezioso tesoro della croce, ed a non privarmi della felicità di patire, mentre là è tutto l'addol­cimento che io trovo alla lunghezza del mio esilio.

« Ma io vedo bene che troppo mi sod­disfaccio parlando di patimenti; eppure non saprei farne a meno, tanto l' ardente sete che ne ho mi è tormento da non po­tersi spiegare. Peraltro io ben conosco di non saper né patire né amare, il che mi dimostra come tutto quello che ne dico è solo effetto del mio amor proprio e di un orgoglio segreto che vive in me. Ah troppo io temo che queste brame di patire non sieno artifici del demonio per baloccarmi in vani e sterili sentimenti!

« Confesso che io mi dilettosi forte parlando del bene di patire, da parermi che ne scriverei interi volumi, senza poter contentare il mio desiderio. Se altri sapesse la mia brama di patire e di essere spregiata, non dubito che la carità moverebbe tutti a soddisfarmene.

« Mi sembra in verità che non si possa commettere alcuna ingiustizia dandomi a patire, non potendosi darmene tanto quanto io merito. Più io soffro e più sento 1' ar­dente mia sete di soffrire. Temo perfino che del soffrire io mi prenda troppa sod­disfazione. Però il partito a che sono riso­luta in questa parte si è di abbandonarmi e sommettermi del tutto alla bontà infinita del mio sovrano Signore, moderando anche tale infocato desiderio che ho di patire, la­sciando a lui la cura di far tutto. Quando io vedo aumentarmi le mie sofferenze, mi pare di sentire in me pressappoco la gioia medesima che gli avari e gli ambiziosi in veder crescere il loro tesoro. Vorrei vedere tutti gli strumenti: di supplizio adoperati per martoriarmi e farmi patire con Gesù Cristo. « Sembrami che vorrei avere -mille corpi per patire, e migliaia di cuori per adorare ed amar Lui. Che farei io se la croce si dilungasse da me, dandomi essa, da sperare nella misericordia del mio Salvatore! Essa è il mio tesoro nell’adorabile Cuore di Ge­sù essa vi forma tutta la mia gioia, tutto il mio desiderio; se un momento solo rima­nessi senza patimento, crederei che egli mi avesse abbandonata.

« Ah sapete voi bene, come senza la croce ed il santissimo Sacramento io non potrei vivere nè sopportare la lunghezza del mio esilio in questa valle di pianto, do­ve non mi auguro punto la diminuzione, dei miei travagli! Quanto il mio corpo è aggra­vato tanto più il mio spirito risente gioia vera e libertà di occuparsi e di unirsi al mio paziente Gesù, niente più desiderando che rendermi perfetta copia di questo Sal­vator Crocifisso ».

II. Coraggio eroico della Santa a fron­te dei patimenti.

- Per delineare sempre più il proprio ritratto nella fedele sposa il divino Maestro si degnò metterla a Arte della sua corona di spine, com' ella rac­conta.

« Andando io una volta alla santa Co­munione, la sacra ostia mi apparve splen­dente siccome un sole del quale non poteva io sostenere i fulgori; il Signor nostro vi era dentro con in mano una corona di spine che, poco appresso ricevutolo, egli mi pose in capo dicendo: Ricevi, o figliuola, questa corona in segno di quella che presto ti sarà data per farti a me conforme. - Io non in­tesi allora che volesse egli dire; ma ben presto lo seppi per gli effetti che ne segui­rono, e furono due terribili colpi nella testa di tale fatta che mi parve di averla dappoi tutta intorno cinta da pungentissime spine di dolori, le cui trafitture finiranno solo colla mia vita. E io ne rendo grazie infinite al mio Signore che concede sì grandi favori alla meschina sua vittima. E confesso di sentirmi al mio Sovrano più tenuta di que­sta preziosa corona che se egli mi avesse dato in regalo tutti i diademi dei più grandi monarchi della terra; tanto più che da nes­suno mi può venir tolta, e mi mette sovente nella beata necessità di vegliare intertenen­domi con quest'unico oggetto del mio a­more. Così non potendo io posare la testa sul guanciale; ad imitazione dell' adorabile mio Maestro che non potea posare, la sua sopra sul letto della croce, ne gustava gioie e consolazioni inconcepibili, dal vedermi in qualche, conformità con lui.

III. Chiede aiuto a ringraziar Dio del beneficio accordatole di patire.

- «Be­nedite e ringraziate per me il nostro supre­mo Signore dell' onorarmi che fa sì amoro­samente e largamente colla preziosa sua croce, non lasciandomi pure un momento senza patire: Ho il bene di non avere da parte delle creature altre carezze nè conso­lazioni che quelle delle croci e delle umilia­zioni, e mai non ne sono stata più ricca. Questa paroletta stavi detta di passaggio per eccitarvi a render grazie per me al sacro Cuore, e pregarlo mi dia grazia di trarre profitto da così prezioso tesoro: Quando fosse in mio potere di cambiar l’andamento delle cose; io ne leverei soltanto quello che può offnderei Iddio, e nel resto vorrei sem­pre, ciò che egli permette a mia umiliazione, per farne tutta la tuia gioia nell’adoratissimo Cuore del mio Gesù.

« Sia benedetto il Signore che mi fa tanta grazia di onorarmi della sua croce la quale forma la mia gloria. Che renderò io al Si­gnore pei grandi beni che mi ha fatto? O Dio mio! quanto è grande la bontà vo­stra a mio riguardo, nel volermi cibare alla mensa dei santi colle medesime Vivande, loro date a sostentarli, nutrendomi ad ab­bondanza delle squisitezze fatte gustare ai vostri più fedeli amici, me non altro che indegna e miserabile peccatrice!

IV. Preghiera al Cuore piagato di Ge­sù.

- « O amorosissimo Cuore del Signor nostro Gesù Cristo! O Cuore che ferite i cuori più duri dei marmo, che scaldate le anime più gelate del ghiaccio ed ammollite le viscere più rigide del diamante! Ferite adunque, o amabile Salvatore, il cuor mio colle vostre sacre piaghe, ed inebriate l' a­nima mia col vostro sangue per modo che da qualunque parte io mi volga, non possa veder altro se non il mio divin Crocifisso, e quanto mirerà mi apparisca tinto del vo­stro sangue! O mio buon Gesù, fate che il cuore mio non si dia riposo che nell’avere trovato voi, voi suo centro, suo a­more, sua felicità.

« O Cuor divino, che avete sulla croce mostrato l'eccesso dei vostro amore e della vostra misericordia, lasciandovi a­prire per dare adito ai nostri accoglieteli dunque ora, attraendoli coi vincoli dell’ar­dente vostra carità, per consumarli colla veemenza del vostro amore.

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