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venerdì 9 agosto 2013

Festa di Edith Stein, la martire di Auschwitz che insegnò la "scienza della Croce"


"Dichiarare oggi Edith Stein compatrona d'Europa significa porre sull'orizzonte del vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza” per “una società veramente fraterna”. Sono le parole del Motu Proprio con le quali, il primo ottobre 1999, Giovanni Paolo II affidava il Vecchio continente alla protezione, tra le altre, di Santa Teresa Benedetta della Croce, ebrea di nascita, convertita al cristianesimo e martire ad Auschwitz. La Chiesa la celebra oggi e molto spesso in passato Papa Wojtyla e Benedetto XVI hanno dedicato a questa figura parole di profonda ammirazione. Il servizio di Alessandro De Carolis:RealAudioMP3 

In un giorno qualsiasi, una donna umile, stringendo la cesta della spesa, entra nel Duomo di Francoforte, si inginocchia e prega brevemente e cambia la vita di chi la sta guardando. Chi la osserva è una ragazza ebrea. Di nome fa Edith Stein, è una brillante neolaureata, appassionata di filosofia, intellettualmente autonoma già a 14 anni, quando smette consapevolmente di pregare, perché – afferma – preferisce far conto su di sé piuttosto che su Dio. Eppure, la scena di quella donna con la spesa che prega e se ne va la colpisce a fondo. Lo spiegherà così: “Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l'accaduto”. L’ebrea brillante e in fondo indifferente a Dio ha sfiorato la fede. Che da soffio nell’anima diventa roccia di una scelta nel 1921, quando legge in una notte la storia di Teresa d’Avila e pochi mesi dopo, al culmine di un percorso di ricerca si fa battezzare. Canonizzandola l’11 ottobre 1998, Giovanni Paolo II riassumeva così quel periodo:

“Percorse il cammino arduo della filosofia con ardore appassionato ed alla fine fu premiata: conquistò la verità, anzi ne fu conquistata. Scoprì, infatti, che la verità aveva un nome: Gesù Cristo, e da quel momento il Verbo incarnato fu tutto per lei. Guardando da carmelitana a questo periodo della sua vita, scrisse ad una benedettina: 'Chi cerca la verità, consapevolmente o inconsapevolmente cerca Dio'”.
Carmelitana. Al fuoco che arde da sempre nella giovane di origine ebrea non è sufficiente la legna di una fede spicciola. Edith Stein vuole tutto della sua nuova vita. E vuole dare tutto. Nel 1933, si presenta alla madre priora del Monastero delle Carmelitane di Colonia e dopo i primi voti prende il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. La croce è quella che il suo Paese sta vivendo in quegli anni. L’orrore esplode il 9 novembre 1938, la “Notte dei cristalli”, quando la furia nazista manifesta nel sangue l’odio antisemita, bruciando sinagoghe, uccidendo e deportando. Edith Stein è in grave pericolo di vita e viene spostata in un monastero olandese. Ma la sua nuova fede - ricorda Giovanni Paolo II - ha già bruciato le tappe ed è più forte della paura:

“Pochi giorni prima della sua deportazione la religiosa, a chi le offriva di fare qualcosa per salvarle la vita, aveva risposto: 'Non lo fate! Perché io dovrei essere esclusa? La giustizia non sta forse nel fatto che io non tragga vantaggio dal mio battesimo? Se non posso condividere la sorte dei miei fratelli e sorelle, la mia vita è in un certo senso distrutta'”.
Il 2 agosto 1942, la Gestapo bussa alla porta del monastero. Nel giro di cinque minuti, suor Teresa Benedetta della Croce deve presentarsi assieme a sua sorella Rosa. Per lei sono le ultime parole di Edith Stein: “ Vieni, andiamo per il nostro popolo”. La prima tappa è il campo di raccolta di Westerbork, con molti altri ebrei convertiti al cristianesimo. All'alba del 7 agosto un carico di 987 ebrei parte in direzione Auschwitz. Il 9 agosto Suor Teresa Benedetta della Croce e sua sorella Rosa entrano nella camera a gas. Davanti alla lapide che la ricorda, Benedetto XVI si ferma nella sua storica visita nel campo di concentramento polacco del 28 maggio 2006:

“Come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation - come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia”.

Una notte che la sua testimonianza trasforma in una luce potente per molti, che spiove sul mistero dell’amore e del dolore cristiano e, spiega Giovanni Paolo II, li illumina:

“Il mistero della Croce pian piano avvolse tutta la sua vita, fino a spingerla verso l'offerta suprema. Come sposa sulla Croce, Suor Teresa Benedetta non scrisse soltanto pagine profonde sulla ‘scienza della croce’, ma fece fino in fondo il cammino alla scuola della Croce. Molti nostri contemporanei vorrebbero far tacere la Croce. Ma niente è più eloquente della Croce messa a tacere! Il vero messaggio del dolore è una lezione d'amore. L'amore rende fecondo il dolore e il dolore approfondisce l'amore”.



Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/08/09/festa_di_edith_stein,_la_martire_di_auschwitz_che_insegn%C3%B2_la_scienza/it1-718355
del sito Radio Vaticana 
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