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giovedì 23 luglio 2015

Santificazione delle relazioni domestiche


 

Dagli scritti di Padre Adophe Tanquerey (1854 - 1932).


589.   La grazia non distrugge la natura ma la perfeziona. Ora le relazioni domestiche furono istituite da Dio stesso: volle che la specie umana si propagasse per mezzo della legittima e indissolubile unione dell'uomo e della donna, e che questa unione fosse ancor più rinsaldata dai figli che ne nascerebbero. Onde le intimissime e affettuosissime relazioni tra marito e moglie, tra genitori e figli, che la grazia del sacramento del matrimonio aiuta a rendere soprannaturali.

1° DELLE RELAZIONI TRA GLI SPOSI CRISTIANI.

590.   Assistendo alle nozze di Cana ed elevando il matrimonio cristiano a dignità di sacramento, Nostro Signore mostrò agli sposi che la loro unione può essere santificata e ne meritò loro la grazia.

A) Prima del matrimonio, l'amore cristiano, amore tenero e ardente, casto e soprannaturale, ne unisce i cuori e li prepara a sopportar più validamente i pesi della famiglia. La natura e il demonio tentano, è vero, d'insinuare in quest'affetto un elemento sensuale che potrebbe essere pericoloso per la virtù; ma i fidanzati cristiani, sorretti dalla pratica dei sacramenti, sapranno dominar questo elemento, e renderanno soprannaturale il mutuo amore, rammentandosi che tutti i nobili sentimenti vengono da Dio e a lui si devono riferire.

591.   B) La grazia del sacramento, unendone i cuori con vincolo indissolubile, ne affinerà e purificherà l'amore. [...]

592.   C) Quando Dio dà loro dei figli, li ricevono dalla sua mano come un sacro deposito, li amano non solo come parte di sè stessi ma come figli di Dio, membri di Gesù Cristo, futuri cittadini del cielo; li circondano di continuo affetto e premura; danno un'educazione cristiana, studiandosi di formare in essi le stesse virtù di Nostro Signore, ed esercitano a questo fine con riguardo, delicatezza, forza e dolcezza, l'autorità data loro da Dio. Non dimenticano che, essendo rappresentanti di Dio, devono evitare quella debolezza che tende a viziare i figli e quell'egoismo che vorrebbe goderne senza formarli alla virtù e al lavoro. Con l'aiuto di Dio e degli educatori, che scelgono con la massima cura, ne fanno uomini e cristiani, esercitando così una specie di sacerdozio in seno alla famiglia; potranno quindi fare assegnamento sulla benedizione di Dio e sulla riconoscenza dei figli.

2° DEI DOVERI DEI FIGLI VERSO I GENITORI.

593.   A) La grazia, che santifica le relazioni tra gli sposi, perfeziona pure e rende soprannaturali i doveri di rispetto, di affetto e di obbedienza che i figli devono ai genitori.

a) Ci mostra nei genitori i rappresentanti di Dio e della sua autorità; a loro, dopo Dio, dobbiamo la vita, la sua conservazione e la buona sua direzione. Il nostro rispetto per loro deve quindi giungere fino alla venerazione: ammirando in essi una partecipazione della divina paternità, "ex quo omnis paternitas in cælis et in terra", della sua autorità, delle sue perfezioni, Dio stesso dobbiamo venerare in loro.

b) L'affetto, la bontà, la sollecitudine loro verso di noi ci appariscono come un riflesso della provvidenza e della bontà divina, onde il nostro amor filiale diventa più puro e più intenso, giungendo persino alla più assoluta dedizione, tanto che saremmo pronti a sacrificarci per loro e dare, occorrendo, la vita nostra per salvar la loro; prestiamo quindi tutta l'assistenza corporale e spirituale di cui hanno bisogno, secondo tutta la nostra possibilità.

c) Vedendo in loro i rappresentanti dell'autorità di Dio, non esitiamo a obbedirli, in tutto, ad esempio di Nostro Signore che, per trenta anni, fu sottomesso a Maria e a Giuseppe: "et erat subditus illis". Questa obbedienza non ha altri limiti fuori di quelli posti dallo stesso Dio, cioè che si è obbligati a obbedire più a Dio che agli uomini; ond'è che in ciò che riguarda il bene dell'anima, e specialmente rispetto alla vocazione, al solo confessore dobbiamo obbedire, dopo averlo informato delle condizioni di famiglia. Anche in questo imitiamo Nostro Signore, il quale, quando la Madre gli chiese perchè l'avesse abbandonata, rispose: "Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? Nesciebatis quia in his quæ Patris mei sunt, oportet me esse?" 593-3 Rimangono così salvi i diritti e i doveri di tutti.

594.   B) Entrando nel chiericato, abbandoniamo il mondo e fino a un certo punto anche la famiglia, per entrare nella grande famiglia ecclesiastica, e occuparci quindi innanzi principalmente della gloria di Dio, del bene della Chiesa e delle anime. Gli interni sentimenti di rispetto e d'affetto per i genitori non cangiano certo, anzi si affinano, ma le esterne manifestazioni dipenderanno quindi innanzi dai doveri del nostro stato; nulla dobbiamo fare per piacere ai genitori ove ne venga danno al nostro ministero. Il primo nostro dovere è di occuparci delle cose di Dio; ove dunque accadesse che il modo di vedere, i consigli, le esigenze loro si opponessero a ciò che da noi richiede il servizio delle anime, con dolcezza ed affetto ma con fermezza faremo loro intendere che, nei doveri del nostro stato, dipendiamo solo da Dio e dai superiori ecclesiastici. Continueremo però a onorarli, ad amarli, ad assisterli secondo tutta la possibilità compatibile coi doveri del nostro ufficio.

Cotesta regola s'applica pure, e a più forte ragione, a coloro che entrano in una congregazione o in un ordine religioso.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]
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