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mercoledì 8 agosto 2012

EDITH STEIN - PROFILO D'UN ITINERARIO VOCAZIONALE DI CROCE


SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE (EDITH STEIN)

PROFILO D'UN ITINERARIO VOCAZIONALE DI CROCE

"EDITH STEIN: ebrea, filosofa, monaca e marti­re" (Giovanni Paolo II). E tutta la sintesi della vita di TERESA BENEDETTA DELLA CROCE, ma ancor più l'intero compendio prospettico della sua originale risposta vocazionale.

NELLA VITA LA CHIAMATA DI DIO

Nata a Breslau il 12 ottobre 1891 da genitori ebrei tedeschi, studiosa e ricercatrice attenta della verità nelle Università di Germania, convertita alla fede cattolica e battezzata il 1 gennaio 1922, entrata al Carmelo di Colonia il 14 ottobre 1933, deportata ed eliminata nel campo di sterminio di Auschwitz il 9 agosto 1942, viene canonizzata come martire da Giovanni Paolo II, Domenica 11 ottobre 1998. Sono gli elementi estremi, le date-chiave di una esistenza...
All'evidenza immediata appaiono come “alcuni” giorni, eventi "temporali", cadenze di momenti e dati di un cammino umano non unico, né esclusivo. A ben vedere sono le coordinate di fondo di un itinera­rio interiore secondo una peculiare tensione vocazio­nale: "stare davanti al volto del Dio vivente, consumarsi per Lui... Partecipare alla passione del Signore... per il popolo". Soltanto la passione di Cristo può salvare il mondo: "esserne partecipi, questa è la mia aspirazione".
L'aspirazione è divenuta realtà nella storia di una vita che si apre con il nome di Edith Stein e si chiude con quello nuovo Carmelitano di Suor Teresa Benedetta della Croce non nella solitudine di una cella monastica, ma nel chiuso di una camera a gas. Impensabile? Non per Dio!
La vocazione si compie per ciascuno in una sto­ria singolare ed esclusiva, l'unica che realizza ed autentica la vita tutta di una persona, perché rispon­de alla chiamata, al "piano di Dio", nonostante o pro­prio attraverso i momenti temporali e gli eventi esterni dell'esistenza, della storia umana. La domanda è "Che significa essere chiamati?". Risposta: "E' necessa­rio che vi sia una chiamata da qualcuno, rivolta a qual­cuno, per qualche cosa ed in modo percepibile. Nella natu­ra di un uomo è già prevista la sua chiamata la sua vocazione... La strada della vita fa poi maturare la vocazione di ciascuno e la fa comprendere chiaramente agli altri. La natura di un essere umano, però, e lo svol­gersi della sua vita non sono semplice gioco del caso, ma - considerati con gli occhi della fede - sono opera di Dio. Chi chiama dunque, in fondo è Dio stesso ".

COME SORGE UNA CHIAMATA

Le strade del Signore Dio sono effettivamen­te... infinite! Egli chiama a sé quelli che vuole e quando vuole, salendo su ogni nostro monte di terra e passando lungo tutte le sponde dell'esistenza nostra umana. Un principio rimane comunque fermo e indiscusso nella fenomenologia vocazionale di Dio: la chiamata avviene e la scelta cade là dove e quando l'aspettativa umana non ha supporto, né presupposto alcuno.
Ultima di dodici figli, Edith Stein nasce e cre­sce in una famiglia dove, nonostante la figura ener­gica e l'educazione pia della madre, la religiosità non brillava certo come quella dei padri dell'antico popolo eletto di Dio. L'ultima della nidiata, in parti­colare, si sviluppa e matura allo "stato brado" del­l'indifferenza religiosa e praticamente già atea negli anni primi di una giovinezza, dedita agli studi, ai traguardi e ai miraggi dell'età e della cultura.
La "signorina dottoressa" accarezzava l'eterno sogno o miraggio universale: "di felicità e di uno splendido avvenire, convinta di essere destinata a qualcosa di grandi molto al di là delle strettezze borghesi della mia famiglia, nella quale certamente non è il mio posto". Certamente era destinata nella sua vita a per­corsi immensamente distanti dalle strettezze bor­ghesi e dagli orizzonti limitati di una famiglia di commercianti ebrei. Ma la ricerca e le sue prospet­tive avranno indirizzi e contenuti di vita di ben diversa scuola da quella pur nobile e ricca di un'eti­ca ebraica o semplicemente filosofica.
Del suo trascorso "umano" potrà anche testi­moniare - e giustamente – “Il sano umanesimo conosciuto nella famiglia ebrea” e la consapevolezza forte che "noi, cresciuti nel giudaismo, abbiamo il dovere di rendere testimonianza" di tanti valori etici. Quando però la chiamata, la scelta di Dio irrompe nella sua vita non c'è più posto per altri indirizzi ed interessi: ha sentito ed accettato la verità. E il momento di questo impatto, così improvviso e sconvolgente, è tanto singolare da lasciare nella stessa protagonista la convinzione di aver ricevuto un'illuminazione interiore sulla Verità, Dio-Amore. È noto e unani­memente risaputo il racconto di Edith Stein di quel­la notte dell'estate 1921 quando trovandosi ospite presso un'amica di famiglia e di studi a Bergzabern: "Presi casualmente un libro in biblioteca. Portava il tito­lo: Vita di Santa Teresa narrata da lei stessa. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché ebbi finito. Quando lo rinchiusi, mi dissi: questa è la verità".
La considerazione sulla "Ferità, che è Dio", nel libro della "Vita" di Santa Teresa d'Avila si trova al capitolo 40, l'ultimo dello scritto.
Edith aveva proseguito la lettura sino all'ulti­mo e proprio qui, al termine di una lettura protrat­tasi per tutta la notte, si concretizza il momento e il movente della chiamata: la verità! Una casualità la lettura di quel libro? Una fortuita, felice conclu­sione di tema da sempre trattato e ricercato?
Chi ha ricercato la verità con insistenza e dopo negazioni e rifiuti, dubbi ed incertezze finalmente sente ed accetta nella vita la chiamata, vive e riaffer­ma una più alta consapevolezza ed interpretazione: "La natura di un essere umano e lo svolgersi della sua vita non sono semplici giochi del caso, ma - conside­rati con gli occhi della fede - sono opera di Dio. Chi chiama, dunque, è Dio stesso".
"Dio conduce ciascuno per una via particolare; l'uno arriva più facilmente e più presto alla meta di un altro. In paragone a quanto ci viene dato, ciò che possia­mo fare è sempre poco. Ma quel poco dobbiamo farlo... affinché quando sarà indicata la via, sappiamo assecon­dare la grazia senza resistere".
E di fatto per lei, che nella chiamata alla fede cattolica aveva posto improvvisamente fine ad una lunga ricerca della verità, Dio riservava un'ulteriore indicazione di via: "La Provvidenza mi aveva già indicato un'altra via;... mi si affacciò il pensiero se non fosse ormai arrivato il momento di entrare al Carmelo "...

IL CAMMINO DELLA CHIAMATA RELIGIOSA

Era già oltre la quarantina la donna che nell'e­state del 1933 si presentava alle grate del Carmelo di Colonia, latrice di una ben precisa ed inusitata lettera raccomandatizia: "La Signorina dottoressa Edith Stein è un'anima privilegiata, ricca di amore di Dio e del prossimo... Ha fatto molto con la parola e la penna... Eppure desidera rinunciare all'attività esterna per incontrare al Carmelo, seguendo l'esempio di santa Teresa d'Avila, la "perla preziosa", che è Gesù Cristo".
Ancora una folgorazione improvvisa, un cam­biamento inaspettato e fortuito? No! L'incontro con Cristo, la chiamata alla sequela di Cristo in una vita religiosa è l'attuazione di un desiderio e di una indi­cazione di vita che affondano le radici di un cammi­no interiore di anni lontani e passi tormentati.
La confèssione-relazione di Edith Stein in merito ai momenti e ai moventi della sua esperienza di cam­mino vocazionale religioso al Carmelo è quanto mai precisa e circostanziata, tanto da apparire un autenti­co "reportage" di viaggio o "un diario dell'anima".
"Da quasi dodici anni il Carmelo era la mia aspi­razione, da quando cioè, nell'estate del 1921, la vita della nostra Santa Madre Teresa, capitatami per caso tra le mani aveva posto improvvisamente fine alla mia lunga ricerca della verità;... ricevendo il Battesimo nel capodanno del 1922, non dubitavo che esso fosse una preparazione al ratio ingresso nell'Ordine...
Dovetti aspettare con pazienza,... ma l'attesa mi riuscì assai dura, soprattutto verso la fine: ero diventata straniera al mondo...
Avevo chiesto con supplice istanza il permesso di entrare nell'Ordine, ricevendo però ancora un rifiuto, di cui mi veniva indicato il motivo sia nel dovere morale verso mia madre sia nell'attività che da anni svolgevo nell'ambiente cattolico. Mi ero sottomessa. Ma ormai tutti gli ostacoli crollavano".
"Mi accompagnarono alla porta della clausura e questa finalmente si aprì. In profonda pace varcai la soglia della casa del Signore".
Era il 14 ottobre, ai primi Vespri della fèsta della Santa Madre Teresa. Ormai era diventato realtà quello che aveva osato appena sperare... Una gioia grande? Non era certo una gioia esuberante che poteva impossessarsi di lei... "ciò che avevo pas­sato era troppo triste! Ma l'anima si trovava in una pace perfetta: nel porto della volontà di Dio".
Viene spontaneo un duplice interrogativo: come scoprire la volontà di Dio in un approdo così ritar­dato al porto del Carmelo, desiderato e ricercato con tanta insistenza ed intensità? Ed ancora più proble­maticamente: perché una chiamata a un cammino "di vita religiosa" e per di più "chiusa" come quella clau­strale del Carmelo, per una donna ormai affermata per doni di grazia e di natura, che già "ha fatto molto" - e ancor più poteva tare - "con la parola e la penna" nell'attività esterna?
Ritorna alla mente la parola profetica della Scrittura nella sua intramontabile constatazione di verità: I miei pensieri non sono come i vostri pensieri né le vostre vie come le mie vie! C'è un abisso incolmabile tra il pensiero programmatico del Signore e quello degli uomini!
“Il posto di ciascuno di noi dipende unicamente dalla nostra vocazione. La vocazione - puntualizza con sensibilità ormai teologica - non la si trova sem­plicemente dopo aver riflettuto ed esaminato le diverse strade: è una risposta che si ottiene con la preghiera”. La vocazione, specie quando è chiamata alla vita contemplativa, deve maturare attraverso un'e­sperienza di preghiera, che porti a un personale e vissuto contatto con il Signore in cui emerge e si impone il richiamo al compito di ciascuno nella sua sequela di Cristo.
Edith non ha mai avuto dubbio alcuno circa la propria vocazione. Come ella stessa ricorda, in un intimo colloquio con il Signore Crocifisso aveva sen­tito l'interiore certezza del suo compito di immola­zione "per il popolo" e "per la pace". Di fronte a tale consapevolezza e responsabilità di missione di vita, non hanno più ragione d'essere le proprie capacità e potenzialità di operatività umana: "Non è l'attività umana che ci può salvare, ma soltanto la passione di Cristo: partecipare ad essa è la mia aspirazione".
La preghiera aveva sostenuto Edith per oltre un decennio nel suo desiderio e cammino di vita verso il Carmelo. Ora la VITA oltre la porta del Carmelo è il posto per lei di una esistenza interamente risponden­te a quella "chiamata a patire" che fonda la vita di sequela di Cristo, l'indirizzo primo di ogni ordine religioso e in specie quello del Carmelo. Puntualizza la tenace ricercatrice della verità e l'aspirante inde­fessa dell'incontro con Cristo, perla preziosa, al Carmelo: “Esiste una chiamata a patire con Cristo e a collaborare così con lui alla sua opera di redenzione... Cristo continua a vivere nelle sue membra e soffre in loro; e la sofferenza, portata in unione con il Signore, è la sua sofferenza, innestata nella redenzione. Questo è il princi­pio su cui si fonda la vita di tutti gli Ordini religiosi e in primo luogo del Carmelo... ".
Per questo Edith ha ricercato e scelto il Car­melo. Per questo entra per seguire Cristo nel Car­melo: "il mio scopo è di partecipare alla passione del Signore". L'aspirazione di "essere partecipi della passione di Cristo", che sola salva l'uomo, diventa ormai realtà della sua vita carmelitana vissuta: un'e­sperienza che si consuma totalmente nel mistero della Croce sino alla morte.

DOVE TERMINA LA SALITA DEL CARMELO

Il 14 ottobre 1933 Edith Stein varca "in profonda pace la soglia della casa del Signore". Si chiude la porta della clausura del Carmelo di Colonia, ma non finisce certo il cammino di risposta alla chiamata.
La parola di Dio che chiama è spada che pene­tra sino in fondo; il Signore Dio è un fuoco divo­rante. E poi... ormai è Carmelo! E il Carmelo asse­gna "un nome nuovo", ma ancor più un indirizzo tutto particolare ai passi della ricerca della verità e della perla preziosa, che è il Signore Gesù Cristo: Suor Teresa Benedetta della Croce! "Omen nomen", sentenziavano gli antichi! Ma la religiosa carmelita­na non ha bisogno di rivolgersi alle sentenze anti­che per decifrare indirizzi e finalità dei propri passi di vita: "Anche qui siamo in via, poiché il Carmelo è un'alta montagna e bisogna salirla sino alla cima. Ma è una grazia troppo grande l'essere in cammino... Aiutami a diventare degna della grazia di vivere nel santuario più intimo della chiesa; aiutami ad offrirmi per coloro che debbono lottare all'esterno".
Una strada in costante forte salita, quella del Carmelo. Quanti l'imboccano hanno una finalità vo­cazionale e una direttiva programmatica che tendo­no sempre all'alto, con tutto quell'insieme di equi­paggiamento e di esigenze che una vetta di alta montagna sempre comporta.
“Stare dinanzi al volto del Dio vivente, ecco la nostra vocazione, scriveva in uno studio del 1935 su "Spirito e vita del Carmelo"; ...Vivere alla presenza del Signore Dio, consumarsi per lui; fare penitenza e ripagare i peccati dell'umanità, per la glorificazione del Signore". È una coerente diagnosi storica della strada del Carmelo sulle orme del Profeta Elia, ma anche e forse più una consapevolezza profetica del cammino che le si para davanti. Ancora non conosceva come avrebbe glorificato il Signore Dio, ancora non sape­va come e quando sarebbe avvenuta la sua consu­mazione;... già, però, aveva imboccato e abbracciato il cammino che sentiva, l'avrebbe condotta al termi­ne della salita sua: la croce di Cristo per l'umanità, "per il popolo"!
La convinzione che il Signore le avrebbe riser­vato qualcosa di particolare al Carmelo, -ma anche la consapevolezza profonda di una comunione di desti­no con il "suo popolo", l'umanità proprio nella e per la strada del Carmelo ha accompagnato ed illumina­to tutto "il salire" arduo di Edith Stein nell'ultima tappa del suo cammino. Il segreto o il nascondimen­to della clausura di un Carmelo può apparire un rifugio chiuso per chi sta all'esterno!... Per chi ne ha fatto il perché del proprio vivere ed operare, come la carmelitana, è apertura suprema, donazione per gli altri sino alla consumazione della vita.
"Verranno sicuramente a cercarmi fin qui... ver­ranno di certo a portarmi via di qua - spiega ad un collega in parlatorio, inquadrando il futuro già gra­vido di nubi minacciose;... - ad ogni modo io non debbo contare di essere lasciata in pace... Io non conto di essere risparmiata".
Non si sbagliava. Non ha, però, deflettuto dalla propria strada! Essere "la sposa dell'Agnello", "partecipare alla passione di Cristo per il popolo, la salvezza dell'umanità... le necessità della Chiesa" fino all'olocausto è stato il ritmo che ha scandito incessantemente il suo incedere di vita ed operati­vità oltre la soglia del Carmelo!
Già nel 1939, quando ormai sovrastava minac­cioso il flagello dell'odio antiumano e della tragedia antisemita, rinnova la sua offerta totalitaria: "essere vittima di espiazione per la vera pace". Un'offerta che va, via via, arricchendosi di disponibilità e di accetta­zione alla maniera del sacrificio di espiazione del Salvatore Gesù Cristo, se nel suo testamento potrà scrivere: “Fin da ora accetto con gioia e in completa sot­tomissione alla sua santissima volontà, la morte che Dio mi ha destinato. Prego il Signore perché possa accettare il mio dolore e la mia morte a suo onore e gloria, per tutte le necessità della chiesa”.
Quando il pomeriggio del 2 agosto 1942 la "volontà di Dio" verrà a bussare alle porte del monastero carmelitano e preleverà Suor Tersa Be­nedetta della Croce, avviandola con la sorella Rosa al campo di sterminio per il sacrificio della domeni­ca 9 agosto, ella non avrà che da sottoscrivere il suo "sì" e il perché del suo "sì" alla chiamata con un ultimo gesto e richiamo: prende la sorella per mano e dice soltanto: "Vieni; andiamo per il nostro popolo".
È la conclusione "obbligatoria" di un cammino vocazionale vissuto secondo la logica o, per meglio dire, secondo la "scienza della croce".

UN CAMMINO DI CROCE... PER TUTTI

"Sono convinta che Dio non chiama nessuno unica­mente per se stesso e inoltre quando gradisce l'offerta di un'anima è prodigio di dimostrazioni d'amore". Ella che è morta nel campo di sterminio come Edith Stein e nel tempo stesso come Teresa Benedetta della Croce a gloria di Dio e per il popolo tutto si pone a testimonianza inconfutabile della fecondità di amore di un cammino che, pur nella diversità di espressione, a tutti s'impone proprio quale vocazio­ne e attuazione di vita nella donazione, nell'offerta di Croce per tutti.
"Essere tutti di Dio, donarsi a Lui; al suo servizio, per amore, è questa la vocazione non solo di alcuni elet­ti; ma di ogni cristiano, o consacrato o non consacrato, o uomo o donna... Ognuno è chiamato alla sequela di Cristo. E più ciascuno avanza su questa via, più diven­terà simile a Cristo... ".
“La sequela di Cristo porta a sviluppare in pieno l'originaria vocazione umana.- essere vera immagine di Dio; immagine del Signore del creato, conservando, pro­teggendo ed incrementando ogni creatura che si trova nel proprio ambito; immagine del Padre, generando ed educando - per paternità e maternità spirituale - i figli per il regno di Dio".
Questo cammino è stato percorso sino al termi­ne nella vita e con la vita da Suor Teresa Benedetta della Croce, ricercatrice della verità e ancor più di Cristo al Carmelo. Che sosteneva nel suo libro "Scientia Crucis", opera rimasta incompiuta sul suo scrittoio carmelitano? “Il dono totale di tutto il proprio essere e di tutta la propria vita è la volontà di vivere e di operare con Cristo, che vuol dire anche soffrire e morire con Lui di quella terribile morte dalla quale sca­turisce la vita di grazie per l'umanità.
Così la vita di sposa di Dio si trasforma in mater­nità spirituale e soprannaturale per tutta l'umanità redenta; e non importa se è lei stessa che opera diretta­mente per la salvezza delle anime o se è soltanto il suo sacrificio che dà fruiti di grazia di cui né lei stessa né forse nessun essere umano è consapevole".
“Una scienza della croce - troviamo ancora scrit­to - si conosce soltanto vivendola”. Possiamo affermar­lo senza timore di abbagli o di errate interpretazio­ni: Edith Stein ebrea, fìlosofa, carmelitana e martire ha avuto una piena conoscenza della scienza della Croce!

Padre Marco Fumagalli
Monza, Pentecoste 1998
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